Sebastiano Aglieco su Partenope

Antonella Pizzo, PARTENOPE, sette piaghe e un segno – Edizioni Biagio Cepollaro

La materia dolorosa di questi testi è subito dichiarata. E’ dichiarato anche il luogo; il segno, l’unico: “una tegola caduta senza ratio”, estremo tentativo di aprire il mondo a un senso. Il tragico viene abbassato, riconosciuto nelle pieghe di un quotidiano barocco, che è ancora quello della città simbolo, dove le stratificazioni delle architetture e delle forme diventano gioco della lingua, ratio e ironia nello stesso tempo. Una visita a Napoli: merletti e sporcizia, azzurro e nero, dolce e amaro, guizzo e lampo. La parola – la necessità della parola – nasce proprio da questi contrasti, da questo trovarsi in mezzo. Così queste sette piaghe – le piaghe della madre nera portata in processione, della madre che ha perso il figlio e lo piange – hanno bisogno del coltello della parola che non può svaporare ma esistere, temprata, contro gli attacchi del quotidiano dove tutte le forme si cangiano in vanità, scolorano nel loro stesso vestito.
Molti contrasti, dunque, tra parole alte, necessarie, e bassezza che le rende ancora più necessarie.

giapponesina uscita dallo schermo
dei animati cartoni anni ottanta
pancia spagnola e sudore di lingua

oh madre che non vedesti più figlio

C’è in questi testi la stessa reazione della poesia in epoche di decadenza rispetto al tragico, alla parola alta. Non un’esclusione, un allontanamento forzato, quanto piuttosto una commistione. Il senso scivola e, paradossalmente, la lingua si tempra nella forma compatta, nella misura, sbeffeggiata dalla maschera tragica del riso. Versi quantificabili, dunque, e misurabili, con la consapevolezza che il moderno ci porta a un guardare a tutti i costi. Guardare e sentire, come in un viaggio; gli occhi colgono e ciò che resta diventa parola, oggetto da rappresentare – versi pensati, dice la nota, non scritti a Napoli.
In questo viaggio l’autrice non si sposta di molto dal limes della propria archeologia culturale: il nero umorale è già della madre dalle sette spade; il barocco è già di quella parte dell’isola ricostruita dopo il terremoto. Questa materia di pietra, di architettura, è già lingua, forma che ha bisogno di rappresentazioni, sia che si tratti della processione del venerdì santo, sia che si tratti del racconto di un viaggio ridicolizzato, svuotato di tutti i suoi miti, trasformato in gita di fuori porta:

verresti con me a cantù?
vestiresti merletti e trini
in cantuccio cantare
Napoli Venezia
sospiri

La nostra lingua: la mia, questa di Antonella Pizzo, imbastardita dalle necessità del moderno, non è certo lingua che si faccia mettere le briglia da qualsivoglia nebbia settentrionale, da qualsivoglia distacco nella distanza. E’ lingua ancora tutta da indagare, periferica e marginale come sono tutte le cose del sud; umorale, come quella di una grande madre che partorisce e inghiotte; consapevole che
non può più esistere nel mito ma nell’imbastardimento, nutrita di tutte le avversità, di tutte le necessarie contraddizioni. A volte tutto questo è detto in modo netto, con versi recisi come gli steli di un fiore.

Lo stacco dev’essere netto
senza ripensamenti
il diniego deciso, il cuore forte
gli occhi girati
a guardare il cielo fumo
le figure disastrate
incastonate in un traffico
nella contraffazione dell’euro
in un utero che reclamava un figlio
mai nato da un ago violentato

Potrebbe trattarsi di un manifesto di come intendere la parola: il suo suono, l’essere senza fili e in bilico; l’essere aperti, come una ferita che non si è rimarginata. Del resto ci troviamo sulle tracce di un pellegrinaggio periglioso mascherato come un viaggio di lavoro. Per vedere coagulato il sangue; il miracolo di qualcosa che si compie. E per la richiesta di un farmaco.

curami medico
medico santo
medicamenti medica menti
medico santo
medico santo
degli afflitti e degli assolati
medico santo dei desolati
santo medico degli affamati
medico santo
medica santo
piena è la piaga
arsa la mano

Farei, per questa poesia, il nome di Iolanda Insana. E mi parrebbe di riconoscere in questi versi non il debito a un altro poeta, ma alle ragioni di ciò che ancora può sopravvivere di una lingua. Ancora necessaria, malgrado tutto, perché sopraggiunge da qualcuno, da qualcosa che la anima della necessità di riportare Proserpina alla terra, alla sua innocenza, in un prato di fiori. Il luogo di questo ritornare è ancora, lo si voglia o no, nella terra delle madri. A sud.

Sebastiano Aglieco

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