Massimo Orgiazzi su A forza fui precipizio

A forza fui precipizio – La poesia di Antonella Pizzo
 
La raccolta di poesie di Antonella Pizzo, uscita pochi giorni fa per la collana Erato di Lietocolle (A forza fui precipizio, Lietocollelibri, Faloppio, 2005, pp 54) è stata per me una buona occasione per riflettere una volta di più sulla lirica e sul dibattito che in questi anni (in Italia) è in corso intorno al fatto che la poesia contemporanea non debba essere appunto tale. Fatto salvo che per lirica intendiamo “autobiografia” ed espressione del quotidiano e del privato, è allora interessante riflettere (specie dopo la lettura del numero zero de La Gru) cosa sia in realtà questa modalità espressiva in poesia e se realmente si contrapponga in modo così definito ad una scrittura in versi che si vuole completa, non frammentistica, incentrata sul reale (e in parole povere sul reale che ci circonda, con tutte le sue crepe, le sue discontinuità, oltre alle sue proprie tragedie) e possibilmente, di conseguenza, impegnata nella realtà storica che occupa. 
 
La poesia di Antonella Pizzo parte di sicuro da un appoggio solidamente lirico, come anche lei ha rivelato nelle sue riflessioni di qualche tempo fa raccolte proprio qua sul blog, aprendo, come scrive Anna Toscano nella prefazione alla raccolta, “squarci nella quotidianità, parentesi tra le cose di tutti i giorni dopo averle fissate bene, ad occhi sgranati, per trarne una essenzialità viva e pulsante.”  Le cose della quotidianità, quindi, della dimensione privata, intimistica: “Qui nel chiuso della mia cucina, | stamattina scrivo parole insensate | come se fossero le ultime” (Qui nel chiuso della mia cucina, p. 11).  Così comincia la raccolta, facendo dei primi versi una sorta di dichiarazione del modo e del luogo in cui emergono le emozioni, o forse meglio, il sentimento che anima, sulla scorta di Croce, le immagini e i temi della sua poesia.  Ma ad una lettura progressiva del testo si passa per una serie di livelli che innescano con sempre maggiore lucidità la domanda secondo la quale sia possibile (o meno) scrivere della sfera privata senza perciò coinvolgere l’aria che ci sta intorno, la realtà circostante fatta di sommovimenti e relazioni sociali e, magari, per riflessi nelle gocce di sudore di chi scrive,  proprio il passaggio di eventi storici (lungi da noi,  per ricordare casi rivisti di recente, il poeta che scrive per l’occasione dedicando l’espressione delle proprie emozioni in modo sfacciato ai segni della storia).  Nel caso della poesia di Antonella Pizzo siamo davvero comunque molto lontani dal clamore e dal basso livello di certe partecipazioni “poetiche” al terrorismo, allo tsunami o alla guerra in Iraq, per citare alcuni esercizi in cui certi supposti poeti si sono tuffati senza paura del ridicolo.  Se è vero allora che la storia, la realtà contingente che si suppone oggetto della poesia più civile, più impegnata, lambisce gli angoli della nostra vita quotidiana, ecco allora che l’io poetico può davvero farsi interprete di tutte le tensioni che l’io autobiografico sopporta quando posto a confronto con la realtà contingente. E proprio nelle poesie di Antonella Pizzo questo si percepisce nel mutamento, nel cambiamento che sembra essere connesso, oltre al naturale e progressivo procedere del tempo, anche ad una serie di fattori esterni che non compaiono mai direttamente nel campo delle sue immagini, delle sue istantanee, ma che sembra farsi primo motore di una interiorità modificata e lacerata: “Questo tempo, questa stagione cupa | che ci inganna con rappresentazioni | e che ci illude che tutto sia posto | che il vento è quello solito,  che soffia | ogni anno dal nord e che il libeccio | è sempre quello e uguale è lo scirocco” (Questo tempo, questa stagione cupa, p. 17). Per poi affondare nel punto e arrivare a concedere che nulla è mai uguale a se stesso e se c’è qualcosa che ci illude che lo sia, sono proprio una serie di rituali di immagine e cultura che pervadono la società di oggi. E ancora: “Un mutamento avverso ci penetra  | le particelle e gli atomi ci rende | restii all’usanza […]” (Un mutamento avverso ci penetra, p.18)  C’è anche un esplicito riconoscimento di quanto accade nel mondo (in questo caso sono gli “organismi geneticamente modificati”), ma sempre con una delicatezza di accostamento al problema e un dubbio che passa attraverso le parole, un percorso sinceramente intimista e riflessivo, che tocca i più reconditi livelli della riflessione e del moto d’animo che l’ha generata: “Di noi cosa | e degli uccelli cosa ?” (ibidem, p.18)
Questo contatto con la realtà mostra una perenne diffidenza nei confronti del  mutamento: “nel cielo tutto oggi sembrerebbe uguale | tutto uguale a prima | se non fosse | per uno scuotimento leggero | come di terremoto recente” (tempo, questa stagione cupa, p. 17) tensione di cui si cercano le tracce e che l’autrice sembra ravvisare nei più piccoli segni. Mutamento che pure potrebbe essere ragione di una sorta di affrancamento dalla situazione di dolore, noia, iteratività del vivere  in cui ci si trova: “Io sono qui che aspetto | che qualcuno venga | e mi dica: | sai, abbiamo scambiato la bobina | girato la scena sbagliata | torniamo indietro. | E tutto ricomincia | ma diverso” (Sono chiusi nelle loro case, p.20). E che però non è univoco, non ha una faccia sola, come se l’autrice fosse legata nel doppio rapporto dialettico della tradizione e dell’affrancamento da questa, che induce spiazzamento, noia, spleen e, in parallelo, della routine quotidiana e del cambiamento in peggio, della paura, del timore che il super flusso informativo della tv, della carta stampata e di internet trasmettono a dosi sempre maggiori. Doppio rapporto che si unisce a formare un cerchio in cui l’ideale del mutamento dovrebbe forse porre le sue radici proprio nella tradizione:
 
La luce mi trapassa
qui, in questo giardino
coltivato a rose ciocche
anche le spine sono della medesima natura.
Se la mia fuga è l’ultima occasione:
chiudere gli occhi
e non vedere gli orrori.
Se questo serve a stare meglio
dimmi, come potrò guardare in faccia
il mio soffio, l’alito
che mi reclama ?
 
(La luce mi trapassa, p.29)
 
Questo soffio, questo alito che è immagine di quanto ci portiamo dentro, dell’anima, reclama dunque uno stare, un rimanere, un aprire gli occhi e continuare a guardare, farsi voce, alta voce dell’imprescindibile male che passa attraverso ogni cosa, persino “le pareti gialle | delle nostre case” (Ci sono mostri sulle pareti gialle, p. 22) e rifiuta la fuga e la facile scelta di chiudere gli occhi o, peggio, di uniformarsi ai rituali di dimenticanza della nostra società, in cui l’accendere uno schermo equivale ad annullar-si: “Ho visto passare | in nero e grigio | il mio corpo su uno schermo piatto | e non l’ho riconosciuto” (Ho visto passare, p. 30)
In altre poesie, ancora, Antonella Pizzo da un ulteriore saggio della realtà che attraversa il quotidiano, l’aria che si respira, sempre più contaminata subdolamente dal terrore e dall’incertezza, espressione di una civiltà che si interroga su assunti sbagliati intorno ai propri errori. “Dove abbiamo sbagliato, dove stiamo sbagliando” è una domanda che spesso esclude la coscienza di quanto la Storia dell’occidente ha interagito con le altre civiltà, specie quelle che oggi con pure ingiustificata violenza, si affacciano al nostro presunto “sacrosanto” way of life: “Nessuno fu risarcito | tutti perirono | anche la poesia spirò | sulle mie labbra”  (E poi ci fu la strage, p. 38).
Questo conferma che anche l’espressione più lirica della poesia, come quella dell’autrice, non prescinde, non può farlo, da ciò che in ultima analisi circonda l’io “in situazione”.  Attraverso un verso libero in cui annida un ritmo ben fissato alla struttura del pezzo, ma quasi nascosto, impercettibile fino alla lettura ad alta voce, Antonella Pizzo parla dei temi più grandi, della vita e delle domande esistenziali vissute attraverso la rievocazione del ricordo, l’amore per i figli e l’assenza degli scomparsi, forte e  radicata in profondità (tema quest’ultimo percorso dalla poesia di diversi autori contemporanei, tra i quali la sua omonima Antonella Anedda). Questi aspetti portano tutti invariabilmente alle domande ultime e da qua alla morte, affrontata in diverse poesie, a cominciare dalla prima e in una delle più belle poesie della raccolta, Quando questo mio andare si compirà (p. 13), che contiene la problematicità del distacco dagli affetti e in cui si cerca proprio un punto di contatto per un rapporto che la poetessa non riesce a istituire con gli scomparsi. La morte percorre le poesie della raccolta con immagini spesso rievocate, per poi essere riaffrontata nelle ultime due, A conti fatti e Vestirò gli abiti dell’angelo bianco. La prima una sorta di testamento che costituisce un legame con la prima lirica, Qui nel chiuso della mia cucina e che chiude idealmente la raccolta. L’ultima, una sorta di sogno che comunica della morte l’attesa interpretazione di passaggio e (finalmente) di mutamento, dove con parole forti: “Quando i giorni che rotolano come sassi tondi | scivoleranno sul filo del ghiacciaio | spaccherò la pietra del letto del torrente | dove vivono i pesci arcobaleno” che richiamano non da lontano la roccia di un sepolcro che rotola, riprende l’immagine del “maglione a righe arcobaleno | e a tinta a tinta lo coltivai | quando già vestivo a lutto” della lirica citata sopra (Quando questo mio andare si compirà, p.13). 
Immagini di speranza che chiudono una raccolta il cui titolo esprime bene e celebra, ancora una volta (come mi è capitato di leggere in Filippo Ravizza, Prigionieri del tempo, Lietocollelibri, 2005) la forza della parola che preme per uscire, che il più delle volte magari tace, ma che nella poesia di Antonella Pizzo si fa “magma di lemmi stenti | distesi in nido di vocali”, capace di rendere conto, attraverso il proprio dolore, la propria vita e la prefigurazione della propria morte, anche di quel qualcosa di più grande che ci circonda.
 
Massimo Orgiazzi

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