Marco Scalabrino su Strati

STRATI

di

Antonella Pizzo

Marzo 2004

E’ stata una sorpresa ricevere il libro di Antonella Pizzo!
Ci eravamo lasciati in Autunno, dopo una delle numerose occasioni che in giro un po’ per tutta la nostra Isola fanno sì che gli autori si incontrino ( occasioni – reputo – utili in cui, aldilà dei rituali scroscianti battimani e delle panciute, luccicanti coppe a motivo del “ prestigioso ” primo premio conseguito nel concorso letterario di turno, i poeti hanno modo di riconoscersi l’un l’altro, di misurarsi con l’altrui scrittura, di scambiarsi pubblicazioni, esperienze, recapiti, di creare i presupposti per un rapporto che possa evolvere anche sotto il profilo umano ) e, rammento bene, alla mia richiesta lei aveva risposto che no, scriveva da poco e non aveva pubblicato.
Constato quindi con piacere che il suo Inverno, contravvenendo all’icona di stagione naturale del letargo, ha avuto in tal senso proficui risvolti.
Il titolo STRATI ( per la sua ambivalenza siciliano/italiano ) non mi fuorvia; ricordo che nel corso della conversazione si palesò nettamente il reciproco interesse per il nostro idioma ( “ la lingua d’a minna ” per dirla con Vito Tartaro ) e che entrambi quella sera recitammo in dialetto.

Mi incuriosisce piuttosto la sanguigna in copertina ma, giusto in apertura del volume, apprendo che essa pure è creazione di Antonella Pizzo, la quale ci rivela così l’altra faccia del suo essere Artista: la Pittura.

Nelle poche righe che l’hanno accompagnato, quasi a volergli conferire una dimensione minima, privata, intima, Antonella Pizzo definisce il suo . Ma, davvero è così?

. Come, per ingannare i Proci e il tempo, Penelope prese a tessere la famosa tela ( che con la complicità della notte disfaceva ), così Antonella Pizzo, ai ferri, una sciarpa . fintantoché ( o non invece, deliberatamente, per distrarsi? per distogliere, cioè, la mente da …? ), ecco lei formula/brucia parole che come ceppi scoppiettanti abbiano a ritemprarla. Una funzione taumaturgica della parola, dunque? Una sorta di terapia della poesia? Ma, applicata a che? In relazione/reazione a cosa?

Contrariamente a quanto in premessa affermato, la prolusione è tuttavia in Italiano. Se ne coglie l’impressione che la Pizzo abbia inteso di proposito scrivere l’incipit in Italiano. E ciò, nonostante i testi che seguiranno presentino in calce la versione in lingua, ovvero una lettura aperta ad una platea nazionale.

D’ora in avanti, comunque, percorreremo le strade ( la S.P. 25, la via Roma, la Panoramica, viale Sicilia, Piazza Stazione e parecchie altre ) di Antonella Pizzo.

E il tragitto, del tutto inaspettatamente, esordisce in salita

  • con un angosciante interrogativo: .

    Ben oltre l’apparente, semplice questionare sull’andare o meno in una direzione ( ma, mi viene da osservare, si chiede a una persona se si intende ottenere una risposta e non già a una strada! ), la domanda suona quale un quesito che chi scrive pone a se stesso sulla destinazione della propria vita. Tant’è che, mossi i primi passi, ribadisce: e incalza .

    La strada, dunque, luogo fisico e al contempo “ spazio ” del ragionare, spazio che l’Autrice elegge per veicolare pensieri, meditazioni, interrogativi.

    Spazio trafficato di fatti; spazio in cui si aggirano i protagonisti di questa nostra vicenda. Non appaia spropositato il termine “ vicenda ”, giacché in buona sostanza l’opera a mio avviso, piuttosto che per il consueto dispiegarsi di singoli, separati capitoli, si connota per la coralità, il senso del collettivo, il contesto storico. La storia: quella scritta coi caratteri minuscoli, quella anonima di tutti i giorni, quella che nessun testo, nessun rotocalco giornalistico, nessuno studioso mai contemplerà. E che pure esiste, giorno dopo giorno ci forgia, ci segna l’esistenza.

    Luoghi, fatti, protagonisti, nomi ( Martina in specie cui è dedicata la raccolta, Cuncittina, Ghiuvanedda, Turi ) altro non sono che segni ( segnali per restare in tema stradale ). Vediamo perciò di districarci fra essi.

    Dei luoghi abbiamo trattato; veniamo allora ai fatti o meglio al fatto per antonomasia, all’evento che è crocevia di ogni altro qui rappresentato, al :

    .

    I protagonisti:

    Martina ( aveva 19 anni ), nel febbraio del 2001;

    ;

    .

    Il mare , i muretti a secco peculiari della provincia di Ragusa – microcosmo in cui vive la Pizzo e attorno al quale gravita ogni centimetro di queste STRATI -, il cielo per librarsi affrancati dalla propria ancora fisica e volare nel sogno, nello spirito, nell’idealità , , sono i “ confini ” della silloge.

    In questo finito universo fanno capolino Cuncittina , Pippineddu , nu viècciu , u pazzu ri la ciazza e, come vicoletti, confluiscono al centro delle STRATI riversandovi le tribolazioni del vivere.

    E ancora ci si imbatte in un tenero ricordo del padre , una amara considerazione , una bella favola l’uommunu nuru e biancu, che esorterei l’Autrice a trascrivere in prosa, anche in Italiano.

    Mi rendo conto d’un tratto, prossimo ormai alla conclusione, che nessuno degli interrogativi posti nel corso dell’esposizione ha trovato esplicita risposta.

    Va bene così! Del resto – in conformità ai propositi dell’Autrice, la quale sempre manifesta lievità di toni, misura, riserbo – queste riflessioni a bassa voce sul lavoro di Antonella Pizzo non pretendono affatto fornire delle risposte, quanto unicamente si prefiggono di fungere da stimolo affinché ciascun lettore possa integrarvi le proprie valutazioni, elaborare ulteriori acconce argomentazioni.

    Tra le ultime notazioni, che passano attraverso la suddivisione del libro in due parti, la diffusa liricità della scrittura ( mediante la quale viene a realizzarsi un momentaneo fuoripista, una piazzola di sosta, una zona di rimozione del dolore ), il clima di calibrata mestizia che fa da comune denominatore al lavoro stesso e dal quale potrebbe essere scaturito il Dialetto, l’accorto impiego degli schemi metrici della tradizione ( si veda il caso del settenario nell’incantevole componimento ‘a strata ppi marina, il tutto incastonato nel nostro antico e amato dialetto, desidero segnalare il testo i mò reci riuordi a pagina 85 e richiamare la vostra attenzione sulla dovizia, la bellezza, la musicalità del lessico di cui Antonella Pizzo si serve e del quale riporto ( con traduzione in lingua tra parentesi ) alcuni esempi: stùzzia (dispetto ), filazza ( fessura ), ficumori ( fichidindia ),succettu ( scaldino ), cucciuledda ( piccolo broncio ), acciù ( ormai ), russagghiuna ( rossa ), taìccia ( un poco ), richi ( ossessioni ), abbrancicàrimi ( arrampicarmi ), smarmànicu ( matto ).

    Lungo gli argini di tutte le STRATI poi, le forme, i colori, i profumi della Sicilia: rosi, biancuspinu, gèrberu, ficu, ranati, pièssichi, cièusu, nièspuli, citrunella, carruba, platani, palmi, dàttiri, gersuminu.

    Trapani, 8 Maggio 2004 Marco Scalabrino

  • Lascia un commento

    Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

    Logo WordPress.com

    Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

    Foto Twitter

    Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

    Foto di Facebook

    Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

    Google+ photo

    Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

    Connessione a %s...