Marco Scalabrino su Catasto ed altra specie

Antonella Pizzo
Catasto ed altra specie

recensione di Marco Scalabrino

Catasto, come da acconcia definizione, è l’insieme di documenti, desunti tramite rilievi fotografici e altre indagini, che costituisce un vero e proprio inventario generale delle proprietà immobiliari.
È altresì l’ufficio pubblico, articolato in diversi settori, i cui addetti (il badge una “piccola porzione astrusa da dimenticare / sopra al bancone del bar / un lunedì mattina … volture da fare … moduli fitti da compilare / e i notai che sbagliano”, nel “timore dell’automazione / che al collo ci stringe” e nelle procedure che “si fanno e si annullano / e la seguente sostituisce sempre la precedente”, tra “seggiole, video … cartelle … lente d’ingrandimento”, al bercio di “Étagère! Étagère! Étagère!”) soddisfano i compiti d’Istituto.
Ma catastu, nella locuzione avverbiale dialettale siciliana a catastu, intende anche: letamaio, rogo, graticola.
Per il momento comunque accantoniamo (la riffa del) le definizioni – salvo nel prosieguo, per una visione complessiva del libro (“ed altra specie”), magari recuperarle.
Antonella Pizzo è un vulcano in eruzione, incontenibile.
Dal Marzo 2004, dopo l’esordio con una eccellente prova in dialetto siciliano Strati, Edizione CDB Ragusa (che sebbene sia passata pressoché inosservata si colloca a mio avviso, nell’ambito della poesia dialettale siciliana, tra le opere più significative di questo abbrivio di millennio), ha pubblicato nel luglio di quell’anno il romanzo Di rosso smunto, per i tipi della Prospettiva editrice di Civitavecchia, e nel novembre successivo Fra poco l’autunno, con la KULT Virtual Press di Modena, e ancora, nel gennaio 2005, auto-prodotta, una seconda raccolta in dialetto siciliano con traduzione in italiano E su fui paroli nuovi, nel corso del medesimo 2005 A forza fui precipizio, edizione LietoColle, e ora questo florilegio, con la Fara Editore. Nel frattempo non ha lesinato di collaborare con qualificati siti e riviste (Poiein, Scriptamanent, Rottanordovest, eccetera), non si è sottratta dal partecipare (e ottenere affermazioni e riconoscimenti) a svariati concorsi letterari nazionali (il Turoldo, il Marineo, il POESI@ & RETE, ed altri), ha steso un paio di sceneggiature per cortometraggi.
Non si creda, per carità, il mio l’atteggiamento dell’incensatore: questo ampio preambolo è puramente funzionale alla introduzione motivata del personaggio Antonella Pizzo.
Ho scritto già sulla sua poesia: del clima di mestizia che l’ha determinata, della diffusa liricità, calibrata dovizia; degli assetti linguistici e della taumaturgia di quel dettato e dell’eco che ne propaga. Posseggo i suoi lavori editi e parecchi degli inediti, siamo ambedue Siciliani, per giunta in contatto con regolarità a mezzo posta elettronica, abbiamo avuto la ventura di conoscerci di persona. Non ho nessuna remora a dichiararmi suo strenuo ammiratore.
E dunque, esclamerete voi, bella forza: siete amici, conterranei, familiari è normale, addirittura d’obbligo, che io ne debba scrivere favorevolmente.
Ebbene, queste ammissioni mea sponte tendono giusto a falciare alle radici tale pregiudizio, si propongono di dimostrare, unitamente agli argomenti della nostra cornice, vale a dire la Poesia, che l’ammirazione, la stima, il credito sono dovuti unicamente in virtù di talento, di qualità, di stoffa, e non già per mere piaggeria, affinità, solidarietà tra Isolani.
L’incontro reputo sia stato propizio per entrambi:
la Pizzo nel suo continuum creativo s’avvalora quale voce tra le più innovative dell’attuale scena poetica nazionale (e ciò malgrado – non me ne voglia la cara amica – non sia più anagraficamente verdissima “ci chiamavano giovani / ed oggi quasi non ci chiamiamo più”);
Alessandro Ramberti, da Rimini, incarna uno tra gli editori più avveduti delle ultime generazioni (mi si passi il termine un po’ demodé) un talent scout, uno che sa discernere a fiuto e a “mestiere” – fra tanta diuturna mediocrità – i sentimenti, l’estro, l’arte. D’altronde egli stesso è poeta.
Il testo di ingresso alle pagine 15 e 16, in corsivo e in carattere ridotto, consiste, sulla falsariga dell’acrostico, dei titoli di tutti i componimenti – eccetto il primo – che si succederanno, e va a delineare una sorta di codice di accesso, di fugace colpo d’occhio, di furtivo assaggio di temi e contenuti, loro fattezze e intensità, nei quali di lì a poco ci imbatteremo.
“È tutto confuso … il fracasso è di un oceano che strepita / di un’onda che si schianta … un lucido, la penna, un ventaglio, il taglierino … giacciono … sul tavolo da disegno … Mi fai uno squillo e io ti rispondo / (se lo sento)”.
La formula della accumulazione, del procedere in modo destrutturato, la rassegna cioè scomposta di oggetti, prerogative, archetipi, nonché il gusto del paradosso (del concetto ovverosia contrario a quanto comunemente ritenuto vero, ma che ha un fondo di verità) sono cifre distintive della poesia di Antonella Pizzo, benché lei ami con nonchalance attribuirli al “vento (che) … fa volare … gli appunti”.
Di fatto questa sconta, con la sciente complicità di una sintassi che decisamente si divincola dall’ortodossia e addosso alla quale si impernia l’intera divinazione, e mediante il filtro del sentire umano, o come adeguatamente statuì Franco Fortini: “l’esperienza che si tramuta in coscienza”, la lacerazione, il bailamme, lo strappo dei ritmi della vita odierna, contempla la realtà, la quale non è mai compatta, piana, precostituita, come ad una rapida carrellata si dipinge, bensì dialettica, critica, dinamica.
E allora questa ingegnosa bretella “fra la schiena e il foglio”, questa succulenta spezzettatura (ricordate la pasta rotta di una volta), questa scrittura per schegge altro non sono che la proiezione vergata di uno stato d’animo frastagliato, la variopinta icona di una improba contingenza dell’essere, il prodotto dei fattori del “normale” nostro vivere: la fatica di cucire i giorni l’uno sull’altro, di scalare uno ad uno i gradini dell’esistenza, di appaiare un arcipelago sfaccettato, gli atolli in superficie tra loro slegati, indipendenti, sconnessi.
E quel “tavolo”, che percepiamo quale il “volo a raso” che innegabilmente stiamo vivendo ma dal quale vieppiù andiamo prendendo le distanze, il caos in cui sempre meno ci identifichiamo, è il legno tarlato, il palco su cui scricchiolano, evanescenti come “un neo finto … maschere … travisamenti”, le persone, le loro emozioni, vicissitudini, speranze.
E nondimeno quelle “cose” paiono chiederci che le si “leggano” con attenzione e interesse reali, con intelligenza (da intus legere, leggere dentro, nel profondo), perché in loro “puoi sentirci la storia”, puoi vederci scorrere l’impeto del tempo mirabilmente racchiuso tutto in “ventiquattro righe”, puoi inseguirci un sogno nel quale i campi di girasole dei quadri di Van Gogh si offrono coltivati a broccoli e fave, e “uova sode / e pane e … quella sputacchiera / con preghiera di centrare”.
Ché la Poesia: Non è con le idee che si fanno i versi: è con le parole, Stéphane Mallarmé, e per conseguenza la parola, la quale per citare sommariamente Ludwig Wittgenstein è deputata a rappresentare il “mondo” in ogni suo ambito, celano rapporti, richiami, analogie. E occorre quindi che ci si “appoggi l’orecchio” per rimetterne in sesto i nessi, riallacciarne i link, riattraversarne i passaggi segreti.
La Poesia, è risaputo, è difficile; ha in sé “la propria autonoma giustificazione” asserì Callimaco; la sua bellezza, aggiungo senza pretesa alcuna di rivelare alcunché, è ovunque. E non di rado la si deve cercare oltre i canoni della tradizione, scovare tra le asperità, decifrare ai sensi della “circolare n. 3 del dopoguerra”.
“In un saluto sottile, in uno spigolo aguzzo / (custodivamo il resto nelle tasche) / qui non si parte e si vagheggia l’america”. Una vita anonima ci ammala; e tuttavia il miraggio lo si rimanda al mittente: l’america (l’iniziale minuscola palesemente a ricondurre il mito ad una dimensione provata, dimessa, minima) rimane là fuori, prossima e mai raggiunta, vista e mai toccata, come nell’amaro caso del protagonista del monologo di Alessandro Baricco: Novecento. Una gemma, l’invenzione dello spigolo di saluto il cui grosso si attarda nelle tasche, o nella ripresa dell’immagine “all’angolo del ciglio”;
“al centro della mappa … un’isola … un grande mare”. Già in Strati, con rapita meraviglia, il mare era stato “‘u mari … raaaanni! … ‘u mari fattu ri làcrimi ri fogghi”. Il confessare adesso “che non l’avevo visto mai” e lo sbalordimento espresso “Il mare è la fine della terra / e dopo il mare cos’è?” tradiscono l’attesa di un aldilà, l’anelito ad una sfera ultraterrena, l’impellenza di un luogo ove regni una felicità azzurra, incontaminata, infinita;
in “una filastrocca / (che) potrei tirarla in cielo per appiglio” e salvare il mondo dal “nero (che) sgorga dai tombini … confluisce nelle strade … arriva alle finestre … oscura gigli e fiordalisi”. Cosa si alluda per “nero” è demandato “alla responsabilità e alla capacità del lettore di leggere i segni del tempo”, ci avvisa in altre circostanze Gianmario Lucini. Ciononostante, basta guardarsi intorno, esso ci ha concupito: ci ha svilito a miserevoli errabondi alla incessante caccia di ogni moderna riedizione del “vello d’oro”, ha lubrificato per la nostra voluttà vecchie e nuove armi, ha eretto palizzate fisiche, socio-culturali e tecnicologiche tra ciascuno di noi e i nostri simili.
Ognuno sta solo sul cuor della terra. Ma, come per Salvatore Quasimodo, la Poesia è al nostro fianco e ci salva: la Poesia che al pari del mondo non si ferma mai, non si sollazza sui traguardi acquisti, non si appaga nel reperirsi inchiostrata. Ché dalla pagina, piuttosto, essa schizza e ci investe, ci scuote e ci fa male, ci costringe a scrollarci di dosso la vantaggiosa catafratta da individuo e a ripensarci come elemento organico ad una comunità, ingranaggio di un universo, soffio, in uno con la natura e tutte le sue meraviglie, di un alito superiore.
La poesia di Antonella Pizzo la si apprezza inconfutabilmente per la perizia della costruzione, per la felice trasposizione del magma/fermento dell’anima in una materia/parola che riversa pulsione, restituisce calore, effonde passione e non regredisce ad arida roccia nera e fredda, per le suggestioni metriche e foniche che l’inusitato accostamento lessicale genera, per la maestria (e mastru, maestro, è in dialetto siciliano l’appellativo che si antepone al nome e col quale ci si rivolge agli artigiani) che sprigiona.
E tuttavia è l’attitudine a tenerci insistentemente all’erta, a coinvolgerci, lo sconcerto in cui ci ammolla a spiazzarci, a sbigottirci:
“Capisci l’otto?”
“pensare che i numeri primi sono dispari”
“i dati … c’è una incoerenza insita / che non si può epurare”.
Dispute sconclusionate, accademiche in apparenza, non rilevanti nel bilancio di un ordinario vissuto, che somatizzano un lancinante torchiare se stessa e l’interlocutore, esibiscono il sintomo inequivocabile di uno spirito inquieto, preso a ghermire in ogni anfratto della vita le soluzioni ai dilemmi che essa pone e, finanche partendo da quelle questioni peregrine, districare il “viluppo di piume / che fa soffocare”, guadagnare il grimaldello per esperire le “risposte” ai perché dell’esistenza, ai suoi fatti, negozi, enigmi.
I dati, i media, la società dell’opulenza, della tecnologia avanzata. E giustappunto per ciò configura un impareggiabile dileggio, assume le connotazioni della “disperazione”, le proporzioni della calamità il perdere un foglio non girato perché non bene umettato il dito, ovvero un file perché “capita che la mente sia altrove”. In tale apocalittico contesto (invero non così remoto – chi non rammenta la recente vicenda in cui la banale caduta all’estero di un albero che tranciò un cavo causò la mancanza della energia elettrica in vaste aree della penisola con conseguente ineluttabile pandemonio) gli strumenti dell’ironia, i toni sottilmente agrodolci ci soccorrono, “papera di carta / book antiqua … piuma per scrivere” li esorcizzano. L’alternativa, alla faccia della ragione e della scienza, è farsi “un solitario … che se viene …” o, spes ultima dea, ricorrere a “Virginia l’indovina”, che seduta nel corso principale mille anni-luce dal mondo di schede al silicio, marchingegni wireless, nano-secondi e gigabyte, sembra per assurdo l’unica ad avere le “tre carte buone” da cui trarre positivi auspici.
“Vorrei scrivere di un giorno qualunque … quando … “.
“Quel” giorno però, “quando d’improvviso si spezzarono / le ossa e si rammollirono le cartilagini”, evidentemente qualunque non è! Né è stato tuttora tacitato, assorbito e “perpetuo rimuginare … interferisce, interferisce”. Tant’è che si insinua sordido, si sostituisce fortuito al rutinario menage che smussa balsamico ogni afflizione, si sovrappone ai “mattini bofonchi accanto alla macchinetta del caffè”, e allorché torna “mastica carta, colori e toni”, torna con furore a spuntare la matita, a smarrire un volume, torna per “stanare … il mio refuso”.
Nascondersi? Dileguarsi? “acquarello mi farei che cola”.
Arrovellarsi? “Chiederne / conto in … dimensione sesta o settima”?
Più “non c’è minuta / da salvare”, maggiormente utili “i misteri / dolorosi che recito una tantum”, e le colpe “a ciascuno … i propri errori”, le colpe poi “quale … fu l’errore”, le colpe “il rigo che racconta / di una svista” presunte o reali non è detto che ci siano, che siano imputabili a noi.
Il tempo – abbiamo letto – è cagliato in una pregevolissima “ventiquattro righe” e si puntualizza, nel frammento di chiusura della silloge, la vocale o in esso contenuta “segna l’oggi e l’ora”.
Come (tentare di) interpretare questo assunto?
“I siciliani – ci suggerisce in proposito Paolo Messina – sono padroni del tempo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa, sono Dei. Ma essere (o ritenere di essere) padroni del tempo può voler dire dominare mentalmente la vita e la morte, avere la certezza della propria intangibilità solo nel presente, un presente che si appropria del tempo futuro per scongiurare la morte, ombra ineliminabile dell’esserci. Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma, nell’ansia metafisica si fondono o si confondono.”
“Idee nuove / nella logica della continuità / un programma vero / soggetto predicato complemento / mi giro e scelgo / è solo un caso / se tutto resta immutato / o senza senso”.
Questa speculazione condensa il manifesto della poetica di Antonella Pizzo: la libertà, “le mie parole / e contorcerle a piacimento”, che compiutamente lei integra all’urgenza dello scrivere “lampante e incontestabile / che m’attraversa”, la prerogativa di innovare che coniuga alla disciplina “soggetto predicato complemento” e, prioritaria, la consapevolezza della “dimensione straordinaria” della Poesia e di sé come Poeta: “domani il mio sentiero si disegnerà”.
L’amalgama ineffabile che ne lievita “acqua viva che scorre / dentro … ma fuori / naufraghi sperduti … colpi di tosse … rabbia che si fece salto … compulsione … carta ruvida e matta …” è vita, pathos, liricità.

Trapani, Settembre 2006

Avvertenze in calce:
attenti alle pratiche (cioè alle pagine) 23- 47- 50- 54- 58;
la Poesia e i Poeti sono vivi e vitali come non mai;
Antonella Pizzo siede a pieno titolo fra questi.

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