Giuseppe Risica su Strati

Misteriose, inesplicabili sono le strade che ogni giorno percorriamo in questo nostro viaggio terreno, prive di certezze perché dietro ogni angolo può celarsi un imprevisto, un agguato della sorte pronto a modificare radicalmente il corso della vita perfino ad interromperla definitivamente. Questa premessa appare necessaria per comprendere la motivazioni che hanno spinto Antonella Pizzo a cominciare a scrivere, a progredire nell’ “Ars Poetica”, fino a giungere alla pubblicazione di questa opera prima. Il dramma della perdita ha segnato un giorno, all’improvviso, l’esistenza dell’Autrice, lasciandola stordita, quasi dolorosamente stupefatta a contemplare gli angoli del suo quieto esistere privati di quel calore che, unicamente, l’amore filiale è in grado di donare. La tempesta dell’assenza, col suo tumultuoso corollario di domande senza risposta, non si arresta davanti a nessun argine, celandosi sotto stracci di quiete dai quali riemerge continuamente, insistentemente, in una logorante teoria di ferite mai completamente sanate. Abbandonarsi definitivamente senza lottare o tentare una pur problematica sopravvivenza sono, allora, le sole possibilità concesse all’uomo in queste circostanze, e l’Autrice, forse senza nemmeno sperarlo, come ispirata da una Realtà che non appartiene più a questo mondo, riesce ad incamminarsi sul sentiero della Poesia, attingendo copiosamente ad essa, trovando così motivazioni indispensabili per andare, in qualche modo, avanti. Veniamo adesso alla parte puramente letteraria. Analizzando le liriche della Pizzo mi sono convinto di trovarmi di fronte ad una poetessa vera che, in una crescita indubbiamente rilevante, ha già prodotto dei versi di sicuro pregio letterario. Preferisce esprimersi in dialetto siciliano, e questa connotazione aumenta la mia considerazione verso di lei, viste le difficoltà ed i tranelli insiti nella nostra antichissima “lingua”. Giova, altresì, ricordare che, in questo modo, contribuisce a preservare dalla voragine (purtroppo sempre più vasta!) dell’oblio una ricchezza di tradizioni e significati, strettamente correlati al vernacolo, che è semplicemente delittuoso disperdere. I versi, non vincolati dalla rima, scorrono liberi e chiari, offrendo emozioni che toccano l’anima, e trasportano la mente in luoghi dove, nel silenzio, è facile e naturale abbandonarsi a intime riflessioni, lasciandosi carezzare dal flusso lieve delle rimembranze. Il libro, dal titolo emblematico “Strati” (Strade), è composto di due sezioni, “Unni porta ‘sta strata” e “Calati juncu ca passa la cina”, raccoglie una trentina di poesie, tutte con relativa (e ben fatta) traduzione in italiano, e rappresenta la summa del pensiero della Poetessa sotto forma di metaforici itinerari filosofico-esistenziali. Guidata da una sensibilità esasperata, l’attenta osservazione del variegato ambiente che la circonda, con le relative umane vicende, troppo spesso intrise di tristezza e sofferenza, che senza sosta vi si svolgono, non si ferma alla superficie bensì si approfonda ben oltre, consentendo alla Pizzo di cogliere, trasfigurandoli in versi, sentimenti e sensazioni di straordinaria intensità, celati nei grovigli dell’anima, non facilmente individuabili ai più. Il risultato è una silloge di piacevole lettura che affronta le difficoltose, molteplici tematiche che gravitano intorno all’umanità con serena consapevolezza, senza mai scadere nel patetico, e che partendo dai posti e dalla gente di Sicilia acquisisce, via via, valenza universale. Con quest’opera di esordio, Antonella Pizzo mostra esplicitamente le sue qualità, nonché le notevoli potenzialità che, certamente, in un prossimo futuro consentiranno nuove importanti produzioni letterarie, delle quali siamo sin da ora in attesa. “Strati” è un bel libro, da leggere e meditare, e anche Martina, cui il florilegio è dedicato, sicuramente sorriderà da quella dimensione di luce assoluta, dove sono ignote le ombre del tormento.

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