Gianmario Lucini su I morti non sono nervosi

Bisognerebbe leggerla per intero, questa raccolta (37 poesie) di Antonella Pizzo, per apprezzarne le qualità e l’indubbio valore. Non sappiamo se sia fresca fresca di composizione oppure cosa già dormiente nel solito cassetto della scrivania. Fatto è che largamente conferma le nostre precedenti impressioni, in maniera esplicita: che la poesia della Pizzo emerge da uno sfondo di divenire e di morte, alla ricerca di un orizzonte simbolico capace di dare senso all’insignificanza della morte (si veda la nostra presentazione di A forza fui precipizio, edito da Lietocolle). Poi, intorno a questo nucleo centrale si dispongono altri elementi (lo stile ad esempio, l’ironia contro-fobica, la forza descrittiva delle immagini, la parabola sognata, la ripresa – in questo caso di Dante – e altro ancora); ma l’elemento centrale resta sempre questa ossessione del pensiero della morte, che in alcuni tratti sembra riecheggiare un certo gusto medioevale (si pensi ai Carmina Burana)o certe iconografie barocche o manieriste.

L’insieme ha indubbiamente un forte carattere: questa raccolta, più ancora di A forza fui precipizio, ha infatti una costante caratteriale (decisione, tagli netti, forte emotività, incisività, forza intellettuale) che trova riscontro anche nello stile (pulito, preciso, capace di condurre con autorevolezza il lettore nel suo orizzonte tematico); e questo risultato non deriva soltanto dalla coesione tematica (inevitabile, data la rilevanza e la centralità ossessiva del pensiero della morte) ma anche, e lo si vede dall’eloquio, da una capacità ormai solida di “pensare nel linguaggio della poesia” (della sua poesia ovviamente), ossia nella raggiunta maturità di uno stile personale – nel senso che è stato scelto, pensato, psicologicamente accolto e deciso. Il che significa che (questa è la mia impressione) con questo linguaggio e con questo stile la Pizzo chiude una stagione creativa caratterizzata però anche da una ricerca stilistica e ne apre un’altra, nella quale l’attenzione di decentra dalla forma, ormai acquisita e decisa, e si concentra sul tema.

Bisognerebbe insomma dire: “ci siamo: da qui in avanti non potrà che migliorare”. Glielo auguriamo di cuore.

http://www.poiein.it/autori/2005/2005_10/14_PizzoIMorti.htm

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