Prefazione alle bacheche 2006 – Gianfranco Fabbri

PREFAZIONE ALLE BACHECHE 2006

PREFAZIONE

 

Praticare il “vizio” della poesia è gesto popolare, quanto sotterraneo. E’ risaputo che in Italia sono in parecchi a scrivere versi e in pochi invece a leggere libri di versi. A prescindere dal  “sottobosco”, luogo da sempre impervio ma anche fittamente abitato, gli autori che riescono a posizionarsi su livelli dignitosi non superano la soglia delle due-trecento unità. Prima dell’avvento di Internet, questa piccola polis (peraltro agitata da frustrazioni, amori e capricci) era nutrita a “pane e acqua”, nel senso che la possibilità di emergere era riservata a una vera e propria manciatina di persone. A queste si aprivano le grandi case editrici e le riviste importanti, mentre per gli altri si decretava un limbo dal sapore un po’ umiliante. Come dire: la solita dieta a “pane e acqua” o,  tutt’alpiù, la possibilità di creare una piccola realtà di provincia per i primi bisogni fisiologici. Va da sé il fatto che qualità e carriera letteraria fossero visti come binari divergenti, nella loro espressione dinamica. Non è che oggi sia cambiato un granché, però la nascita dei blog ha permesso ai cittadini della città del verso di apparire con più sveltezza sulle piattaforme planetarie che, in tempo reale, forniscono il modo di far conoscere i propri lavori. Un fatto enorme, nato in poco tempo, che ha sconvolto la complicata dinamica del concetto di “pubblicazione”. Se un ragazzo è in qualche modo intraprendente, può “scegliere” dalla rete occasioni d’oro (e soprattutto gratis). Che so: è sufficiente avere un indirizzo, una chiave, per entrare nelle maglie delle numerose redazioni di riviste on-line: basta scrivere un commento sensato, all’interno di un salotto-forum, per farsi notare dal gestore di quell’area ed avere in tal modo una risposta veloce che dia spazio alle prime aspirazioni. Una volta stabilito il rapporto, niente è più facile di un inserimento nel sito prescelto. Naturalmente, poi, occorrerà dimostrare quanto si valga. Sarà necessario, in tal senso, essere tosti e tenaci, giacché lo scopo ultimo di un simile sforzo è per molti l’attraversamento del “deserto”, oltre il quale è possibile scorgere il golfo celeste della carta stampata.

 

Consapevole di questi limiti, ho deciso di diventare organizzatore di chi avesse già avuto, altrove, un pur minimo cenno di consenso. Nascevano così le “Bacheche”, le quali subito si dotavano di un vago sapore da “servizio pubblico”.

Non è stato facile, sia chiaro. Non è stato facile per la semplice ragione che, prima di dar vita al progetto, ho dovuto prendere confidenza con l”arma del delitto”, ovvero con il blog. Ebbene, vincendo la mia repulsione per i marchingegni della tecnica, ho aperto “La costruzione del verso”. Il problema stava tutto nel dar fiato a quest’arma, nel farla crescere a poco a poco. Dopo circa diciotto mesi, “Il luogo del misfatto” era perfetto per ospitare questa sorta di piccolo festival. Debbo dire di essere rimasto colpito dall’immediato afflusso di visitatori; dalle 25-35 visite giornaliere del “prima”, sono giunto alle 75-90 visite del “durante”, con picchi specifici di circa 120-130 unità. Godibile è subito risultato essere l’abboccamento con i singoli partecipanti. A parte qualche eccezione, tutti gli interpellati hanno accettato di buon grado, dimostrando di essere persone professionali e corrette.

 

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Parlare di apparentamenti (sia che ci si riferisca ad un confronto con i “maestri” del Novecento, sia che ci si aggrappi a similitudini interne agli stessi trentatré autori) diventa operazione rischiosa, oltre che complessa. Tenterò comunque una suddivisione in senso lato dei vari “bachechizzati”; qualche volta – quando le similitudini appariranno più marcate –  mi spingerò anche a qualche “battesimo ufficioso”. Innanzi tutto, il panorama che sortisce da una simile impresa è perlomeno incoraggiante – nel senso che sembra emergere, dai versi letti, un “coro a cappella” di bel fascino e di grande responsabilità -. Responsabilità che si espande nel significato di “coscienza” e di “istanze” con un mondo (il nostro, l’attuale) che ci spinge sull’orlo di una inevitabile “crisi di presenza”. Ripeto, tutti gli autori sono risultati alieni dal senso del protagonismo e dal gesto di finzione. Il “canto” generale è stato quello della rivolta, comunque lo si voglia intendere. Rivolta endogena, centrifuga e sapienziale. Reazione al senso di indifferenza da se stessi e dal senso dell’ipo-auscultazione del mondo. Mai forse come oggi (al di là degli esiti estetico-formali) si è tanto poco giocato a fare il poeta

Parlavo di “vaghe famiglie”. Parlavo di amalgame fra i vari ospiti. Va da sé che ciò che scriverò da qui in avanti sarà suscettibile di essere preso per una sconvenienza. Ma prestate invece l’orecchio ai tanti commentatori che hanno, di volta in volta, scritto cose intelligenti, con passione e amore.

Ebbene, si parte alla volta delle Bacheche.

Sarà un viaggio appassionante.

 

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Potrei parafrasare con poco rispetto: “In principio furono gli sperimentali”. Dio non me ne voglia! Su questo binario, insieme a voi, troverò locati sui loro assiti, Stefano Guglielmin, Massimo Sannelli, Giuseppe Cornacchia, Gabriele Pepe, Adriano Padua, Fabrizio Centofanti e Nicola Riva. Va specificato che tale accorpamento (come del resto i successivi) è dovuto alla natura “prevalente” del singolo autore, per cui, alcuni poeti potranno essere disposti in più famiglie, a seconda di chi legge. Della poesia di Stefano Guglielmin ho scritto in più occasioni come di poesia “singulto del segno”,  di orditi a “più livelli di coscienza”. L’autore afferma di sentirsi talvolta affine ad Amelia Rosselli. Ilaria Seclì, parla di “singhiozzi ritmici e di diluizioni frante”. Un esempio potrà aiutare a comprendere meglio. Eccolo: «la casa. le stanze. Tu che nelle stanze cerchi casa. e così tua figlia // nella culla. Lei che chiude gli occhi e piange …// »; un frammento in cui il Tutto si alimenta con una sorta di “ovulazione”, di “ripartizione dei semi germinali”. Di singulti si parla anche a proposito di Massimo Sannelli. «ai miei occhi vive // Beyus; vive Warhol; vive // Paolo, dolce; vive Simone; // questi vivono; vive Michaux, // …», un testo che è “meta-testo”. Le sincopi, la sintassi franta indicherebbero forse una “timidezza” di bell’efficacia; una sorta di dire & non dire – di accenno falsamente riservato-. La perizia di questo poeta ligure sta essenzialmente nel dichiararsi “vittima-carnefice” della propria tessitura tematica. Anche per tutto ciò, qualcuno vede di nuovo analogie con la Rosselli. (Un’autrice molto amata dal nostro ospite). Ma è proprio la Società, il consorzio dei compromessi umani, ad essere “laboratorio” di segni dell’esistere. Giuseppe Cornacchia –ingegnere di mente umanistica ed insieme matematica- si impegna sul fronte di un linguaggio di logica tagliente e di induzione a tutto tondo. Ciò non toglie che tali caratteristiche lo rendano anche ironico e paradossale.

« Se più modelli ammettono un fenomeno // non sono indipendenti, dunque ragioniamo // andando al nocciolo. Ma il fenomeno? // Allora ragioniamo sul fenomeno // a prescindere dal nocciolo. // Dato il nocciolo, quanto è semplice // lo studio del fenomeno? //». Un commentatore coglie l’affinità del nostro ospite con Elio Pagliarani, e suppone che il raziocinio sia come un “risultato ad effetto estetico”. Il poeta pugliese, comunque sia, porta avanti un lavoro forse non compreso da tutti, ma comunque molto incisivo ed efficace. Procedendo, inciampo su Adriano Padua, un autore siciliano di stanza a Roma, il quale ama sperimentare con forza, anche scomodando felicemente il verso chiuso. Sono leggibili in Rete alcuni suoi testi, tutti quanti scritti in endecasillabi di buona fattura. Ma il ragazzo è inquieto, e prova e ricerca, anche attraverso il frammento di prosa. Luigi Metropoli, scrivendo per “La costruzione del verso” il cappello su Padua, così afferma: “A.P. attua sperimentazioni quantitative ed è vicino a Gabriele Frasca”. Un altro critico, Fabrizio Centofanti, dichiara essere presente nei testi dell’ospite una sorta di corporeità fisiologica. «proietta gli oggetti e li imprime nel vuoto pneumatico // scheggiato da un raggio di voce che l’aria trafigge …// ». Risponde all’appello anche il romano Gabriele Pepe, che innova e “prova”,  come nel frammento che segue: «Se dunque paradiso // per brillanze opache disperso e disperato // in carni molliate e gocce di vinsangue // squarcio del mondo // che viene a risanare …//», al cui interno si può isolare una certa partitura aulica e raffinata, costituita da vocaboli come “brillanze”,  e icastica, anche in virtù di sonori ossimori (brillanze opache). Metropoli lo definisce “un manierista, nell’accezione più limpida, sperimentale e positiva del termine”. Un altro componente di questa famiglia è Fabrizio Centofanti, un napoletano che vive il proprio ministero sacerdotale in una parrocchia romana. Laureato con una tesi su Calvino, egli è affine a certi esiti del Gruppo ’63. La sua vicinanza ai cosiddetti “lombardi” è talvolta corposa (in particolare a certi passi di G. Raboni). Ecco un suo frammento: « … un dio dei fiori sorto a primavera // dal nulla sillabò vocali in corso // ancora intonse curve sulla carta // di fiamma breve forse: // perché nel freddo infranse // il vizio antico il cuore di violenza // d’empia sorella morte …». Nicola Riva mi verrebbe voglia di porlo fuori dal tempo e dalle mode, a causa della sua incredibile perizia nel confezionare testi scritti in forma chiusa, con tanto di endecasillabi trés chic che fanno subito pensare a padri nobili come Leopardi e Foscolo. La sua bravura mi consiglia però di collocarlo tra i “ricercatori”, dal momento che per scrivere “pezzi” di tale perfezione, occorre proprio ricercare ed esercitarsi (anche freddamente, anche a tavolino). Questo mitissimo ragazzo lombardo ama i romantici inglesi, autori che  traduce con ragguardevole capacità. «Eccomi ancora qui come ogni notte // a chiedermi se prima o poi qualcosa // potrà cambiare la mia vita offesa // … // esanime, disteso sui suoi resti // disfatti, in questi giorni inutili che sono // tutti i miei anni. L’anima riposa // paziente nell’attesa … E disillusa // ».

 

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E’ giunto il momento di passare ad un altro accorpamento –quello che, a mio avviso, raggruppa i nomi di Marco Ricci, di Salvatore Della Capa, Luca Ariano, Mimmo Cangiano, Giacomo Cerrai, Francesca Serragnoli, Luca Frudà, Filippo Amadei, Matteo Zattoni e Roberto Ceccarini. Qualcuno si chiederà del perché di questo nutrito assemblaggio. Rispondo dicendo che questi autori sono, più di altri, vicini emotivamente alla temperie del secolo appena trascorso. Marco Ricci dà subito l’idea dell’umbro Sandro Penna e del primo Ungaretti, rispettivamente per la levità espressiva e per il versicolo che spesso utilizza. «Credere in nessun vero // tutto quello che so // … // pollini nel vento // ciò che vola e che resta // … // A ben cercare // altro // non c’è //.  Un analogo percorso, anche se puntato su altri poeti, se lo propone pure Salvatore Della Capa –giovane napoletano residente da anni a Imola -, il quale amerebbe forse definirsi “portatore sano di arie novecentesche”. Egli usa un linguaggio ora basso ora alto, a seconda del bisogno. La sua giovanissima età lo fa essere poeta che “non si lamenta”, poeta che tesse nella quiete quadri di “parole forti in cornici quotidiane”, come un commentatore ha scritto. «Non fu facile accettare // quando il dottore ci chiamò fuori // per dirci che non c’era nulla da fare. // A tua madre non dicemmo nulla però // e tornammo dentro cercando // di sorridere …// ». Si può scrivere un romanzo anche con dei semplici frammenti; mi piacerebbe che gli scampoli usati all’interno delle bacheche riuscissero a tracciare luoghi e temperie. Un compito simile se lo prefigge  Luca Ariano, specialmente dopo il giro di volta che ha dato di recente alla sua produzione. Infatti, da un tipo di scrittura decisamente ruvida e novatrice, egli è giunto ad un tipo di verso plastico, che pare richiamare direttamente atmosfere alla Bertolucci. (Qualcuno, in un commento, parla di Gatto). Sarà forse la sua nuova città di residenza, Parma, ad avere stimolato questo cambio di registro. Egli afferma: «Passeggiando su crackers di foglie // per Viale Martiri della Libertà // tra edifici liberty // che mai saranno la tua casa; // forse un qualche appartamento // per studenti o un monolocale // d’affitto a incravattarti l’aria. ». Su posizioni non poi tanto dissimili è il casertano Mimmo Cangiano, un autore dotato di un’ottima padronanza dello stile. C’è chi lo avvicina a Caproni, ma non è difficile scorgervi altri autori di primo livello. L’ospite è anche pervaso da un forte empito civile, per cui, oltre che qui, bene figurerebbe pure tra i novatori. Ecco un frammento, all’interno del quale l’ospite pare muoversi tra contingenze quotidiane e minimali: «Oggi questa è la lezione: // il tre e il tre barrato // fanno strade diverse, // s’incrociano (di norma) // soltanto alla stazione. // Giriamo allora tutta la collina // che nell’ora meridiana avvampa // di vettovaglie e sonnolenza …// ».  Viene da chiedersi dunque di come sia salita in palcoscenico la vita reale, la vita dei comuni mortali; un’esistenza dipinta senza artifici e  senza sciatteria. Ce lo insegna anche il più maturo del gruppo, Giacomo Cerrai, di Pisa –autore raffinato, colto e di diamantina sensibilità -. La sua è poesia meditativa e di alta consapevolezza. Poesia filosofica, anche se tende a non darlo a vedere. Pure qui si ha l’occasione di leggere versi dettati in un linguaggio minimale, con l’aggiunta della sapienzialità dell’autore ricco d’esperienze. Prorompe pure la naturale eleganza toscana, come si evince dal seguente passo: «non è una storia // d’ossessioni, vissuta a strati, come // un perito settore : se dividi // il corpo o l’anima tu trovi // tracce // di qualcosa che nemmeno supponevi, // …. Ma procediamo. Il Novecento fa capolino anche per mezzo della penna femminile. E’ quindi la volta di Francesca Serragnoli, la giovane autrice bolognese che mi induce a pensare a Elsa Morante. Colpa della carnalità; colpa anche del sottile senso di tragedia greca (certamente più filtrato nella nostra ospite). Siamo di fronte ad un caso di profondo dolore, di estrema carnalità. Un commentatore parla di una spiccata vocazione alla “volontà di perdersi”. Ce lo insegna tra l’altro questo frammento: «Tiri il nostro cuore // come una catena, tesa // mentre avanzi più il là // chiami, non smetti di chiamare. // E’ una frase che brucia male // dire addio a qualcuno … // » , oppure : «… che novità quel fiore // e tue come una candela // che ne sentivi il trapasso al mondo // lo stringersi e la resa // io sono l’ape che si muove // su quel mare feroce di bianco …// ».  Di Luca Frudà verrebbe da porre in evidenza la sua aspirazione ad essere considerato un neo-classicista. Autore in progressiva crescita, negli ultimi inediti a me presentati egli si confessa però in gran parte minimale e figlio del secolo appena trascorso. Basta leggere il seguente scampolo per convincersene : «Faccio il morto // mi mortifico // galleggiando // per finta // e per legge universale // … //come il rubinetto che perde // nel silenzio di una casa // come la voce che spande // invano nel deserto …//» , un passo dove la sottrazione di sé al mondo regna sovrana e sa di immagine lenticolare. Qui vedo bene anche il forlivese Filippo Amadei, un autore che per certi versi è da accostarsi a tematiche corazziniane e gozzaniane. Amadei offre in pasto a chi legge uno stile che mette in evidenza la timidezza adolescianziale del tempo relativo alle prime formazioni. Usa un dettato ossequioso alla temperie novecentesca, dalla quale mutua pure una sottile ironia. Ecco un frammento: «Compagna delle elementari // col tuo grembiulino azzurro // la merenda della mamma nella cartella //correvi nelle tu«e scarpette rosse // di vernice, sparita negli anni, mai rivista // o solo in foto – due occhi azzurri in soffitta …// », dove i termini “azzurro” e “soffitta” rimandano in modo diretto a Gozzano. Più complesso e irriverente è l’altro forlivese inserito in bacheca. Il suo nome è Matteo Zattoni, personaggio già esperito di buone relazioni nel mondo della poesia. Egli, cogliendo un gioco più congruo a livello di felice ambiguità letteraria, si presenta qui con un corredo di testi ben organizzati, tra l’altro ispirati alle metamorfosi ovidiane. Ne spicca allora un risultato già maturo e ambizioso, come si può evincere dal passo che qui di seguito riporto: «L’uomo germinante nasce dalle erbacce // con un fallo che gli tappa la bocca // come una farfalla sulle labbra // è una meraviglia il silenzio osservato // dai condotti degli occhi escono // liquidi seminali per innaffiare //…» (… Riflessi fantastici simili a quelli della prosa di Landofi?). Roberto Ceccarini, di Latina, invece possiede note sensuali e non aggressive. Sempre ortodosso sul piano stilistico, egli sa infondere al dettato una certa dolcezza, laddove il contingente forse richiederebbe note ruvide. Noto, a parte una cifra sotterranea di ironia, una certa affinità con Della Capa. Ecco un frammento dell’ancor giovane poeta laziale: « poi ti mordi il labbro superiore, silenziosa // strappi la crosta del pane come se fosse // pelle e non vedi carrellare le nostre figure, // addestrate ad andare lontano a segnare // tutto il confine // ». 

 

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Una volta esaurita la scorta di poeti della famiglia in odor di ‘900 è bene che mi diriga verso un luogo abitato da tre autori che, se non fosse per l’elevato gradiente di ironia e di paradosso, poco avrebbero in comune. Faccio così l’incontro con Giovanni Tuzet , Vittorio Pergola e Danni Antonello. Giovanni Tuzet è un docente universitario di raffinata cultura e scrive prose poetiche gustosissime, figlie dirette –come ammette lo stesso autore- di Queneau. (Ma l’autore si apparenta anche a Palazzeschi). Leggiamo il seguente incipit: «Dove? Islanda. Quando: 21 giugno. Mi chiedo se si viva bene in questa luce. Mi fanno tenerezza, questi vichinghi, hanno le gambe che sono diventate fragili. Come gli altissimi funghi, di geyser. …// » in cui si evidenzia il sincopare fine e simpatico degli interrogativi e delle risposte. Vittorio Pergola è invece più adagiato sulla china italiana del sarcasmo (Flaiano e Longanesi), ma non è meno caustico di Tuzet. Romano, di nascita e di residenza, Pergola accoglie la vita in presa diretta, con tutti i disincanti del caso. I suoi testi hanno il sapore dell’aforisma e dell’epigramma. Il suo pregio sta nel condurre il lettore all’interno di un’autenticità senza infingimenti. «In direzione noia // ho incontrato te // la segnaletica bastarda della vita // andrebbe studiata con più attenzione». Danni Antonello, infine, potrebbe prestarsi ad una analogia con la figura di Giano Bifronte; egli, infatti, ad un colloquiare piano ed elegante, oppone, come seconda natura, un’energia sulfurea, satura e di riuscito sarcasmo. Ne risulta una lettura godibile sotto molti punti di vista: da quello del paradosso, a quelli della dolcezza e della felicissima cattiveria. Due aspetti in un segno solo: due volti nell’unico cranio. «Non sapere, potere, genuflessi // ma come privi delle ginocchia // … // i santi continuano ad implorare // l’incendio da una candela, // arde il marmo sull’altare  // chiama a tremare la terra: // …».

 

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Incontro adesso i rappresentanti della “poesia essenzialmente civile”. Eccoli: sono Davide Nota, Daniele de Angelis, Matteo Fantuzzi, Fabiano Alborghetti, Antonella Pizzo, Christian Sinicco e Paola Turroni (la quale, però, è fortemente reclamata dai componenti di una delle prossime famiglie). Davide Nota è marchigiano (vive ad Ascoli Piceno) e possiede uno stile di buona consistenza, considerando anche la sua giovane età (1981). Egli si muove con disinvoltura tra felici quartine di versi scelti (più adatti allo scandaglio introspettivo) e versi più ampi, nei quali espande il dettato, creando in tal modo pezzi di autentica poesia civile. «… Così a Francesco lo metteranno dentro. // Spaccio di eroina, tentata strage. // Lui dice due anni al fresco cosa vuoi che siano // non è che ci sia granché da fare in città …// Leggerò dei libri, mi porteranno qualcosa? //. Anche Daniele de Angelis proviene da Ascoli Piceno e condivide molti punti tematici con l’amico Davide, ovvero una potente narrazione sociale e politica, attraverso un ordito piano e nel contempo ruvido. Lo stesso Nota parla di lui come il titolare di un dire colto e severo. Francesco Marotta è invece convinto che Daniele sia intriso di un sentire montaliano, mentre di sé l’ospite afferma di sentirsi vicino alle posizioni di Vittorio Sereni. «…l’ho visto steso lì, // con le braccia gettate, piegate attorno al water // come ad afferrare // la gamba di un gigante, oppure un boa …// … // e quella maglietta e quei jeans // contro le mattonelle lucide, più chiare // …». Matteo Fantuzzi non nega le sue forti analogie con il primo Elio Pagliarani. La poetica di questo giovane autore bolognese vira decisamente verso le narrazioni di personaggi che stanno sempre sotto la soglia dell’adattabilità. Il linguaggio di Fantuzzi attinge, però, anche a quello di autori stranieri, come ad esempio Simon Armitage, ed altalena tra dramma, melanconia e sarcasmo. Ecco un passo tratto dai testi della bacheca: «Fa impressione questa luce verticale // dopo mesi –insisto- mesi sembra // che ti punti il volto, che ti guardi: //… // porta a corruzione la pesantezza // di una storia che non si conosce a pieno // che spaura. Un ventre nero, un baratro, // …» entro il quale alloggia un termine nostrano e novecentesco: “spaura”. Non poteva mancare il milanese Fabiano Alborghetti, uno dei poeti più esposti all’impegno civile, se stiamo attenti alle sue raccolte edite: “L’altra riva” e “Registro dei fragili”. Pure qui è dato di leggere un verso lungo che civetta con il respiro narrativo, sempre di sicura presa sul fruitore. I temi sono molto spesso attenti ai drammi di chi fatica ad esistere, di chi non ha cittadinanza. «Amava quel sistema, vita e morte e selezione naturale // per non aver mai provato. // Ne elencava i pregi e uno sdegno manifesto // offuscava l’espressione come alito cattivo e batteva i palmi sull’incuria: // … // un negro è un negro e non ci si può fidare così vanno a casa rimandati // …». Adesso volo in Sicilia, dove incontro Antonella Pizzo, una poetessa che potrebbe benissimo figurare anche in altre categorie, dal momento che è ironica, grottesca, tragica e godibile. In realtà la Pizzo riannoda, con il suo filo tematico, il lato più nascosto di sé: quello inerente al senso della sottrazione e della perdita. Ad una tale, dolorante inevitabilità, la nostra ospite attua efficaci esorcismi, allo scopo di toglier traccia dell’ossessione che la tortura. «Per chi scorre l’acqua nel lavello // per chi è questo gorgoglio festoso? // Nella cucina per te ho starnutito // poi, affettando le cipolle novelle // ho pianto. // ». Un altro autore con l’occhio rivolto alle istanze del sociale è il triestino Christian Sinicco, un giovane sorretto da un tono fortemente dinamico e tutto portato all’esterno, in una specie d’accumulo continuo. Il verso è lungo e predisposto sia alle introspezioni che agli ampi ventagli di narratività. «Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti. // Forse hai seguito la sua cronaca, // i mattoni esplodere sulle abitazioni, i volontari // a centinaia l’alternarsi … il cane abbaia, // ma la confidenza è rossa; ieri // respiravamo senza aprire labbra … // ». L’assemblaggio termina con Paola Turroni. Quella di Paola è una poesia civile a tinte forti, fatta di denuncia, ma è pure un insieme di testi viscerali, scritti col sangue e con la carne, ed espressi con l’esasperazione di chi preferisce l’oggettività al particolarismo lirico e intimistico. «Il mare è vuoto, un buco // in cui entra il vento –l’acqua siamo noi. Il mare // è la terra che ci manca, lo spazio che c’è // fra noi e dopo. // Il gommone è una mano, // che stringe i pugni e ci schiaccia – è solo questa mano // che ci mette sulla riva. Ci raccoglie le onde – // …».

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Il recipiente è quasi pieno; rifrangono dalle sue pareti le storie multiple,  gli infiniti assoluti e relativi. Codifico epoche e tarli; rive e riviere; lutti e parvenze. Sono alle ultime battute, ma pre-sento un finale assai poco scontato, tant’è che il gruppo che ora mi viene incontro è posizionato su una specie di  sciarada. La mia sciarada, sia ben chiaro. Noto quindi Cristina Babino, Alessandro Ramberti  e Massimo Orgiazzi – tre poeti diversi tra loro, non fosse per quella difficoltà di catalogazione che li lega assieme –  Nei testi di Cristina Babino, ad esempio, sono usati equamente diversi registri: da quello minimale a quello “smart”; da quello ricco di pianezze sintattiche all’altro, dal sapore europeo. Ne risulta così una specie di caleidoscopio in cui ogni cosa pare centrifugarsi in una miscela di polivalenze. « “Paddington Station” – // Il fruttivendolo accampato nella metro // tra la scala mobile e l’uscita // e un verso rubato a Ferlinghetti. // … // Un’indiana in sari viola // compra raspberries al sacchetto // e intanto allatta tre banbini // …». Alessandro Ramberti, invece, gestisce la propria poetica attraverso l’uso di un dettato classico, espanso spesso su di un verso lungo, molto adatto alla narrazione. Ma il nostro ospite, in altri punti, è pure capace di scomodare registri innovatori, facendo ricerca tramite il sonetto e la forma chiusa. (si veda, a tal proposito, l’analogia con Nicola Riva). «Anche se mi farai per sempre male // Nel punto più profondo del cervello // Non scoprirai affatto il mio segreto // Perché non lo conosco neanche io // … // Ritorna alla tua logica frattale // che non distingue più questo da quello … // ». Il caso di Massimo Orgiazzi non è molto diverso da quello dei suoi colleghi di stanza. Egli infatti usa un linguaggio tecnico e scientifico in cui si possono isolare cellule di ironia. Massimo abbassa talvolta il linguaggio secondo l’esigenza del situazione minimale e talvolta anche lui dà l’impressione di essere poco italiano (noto però qualche coloritura alla Giudici). Ce n’è abbastanza per essere diviso in più “città”. «Lancio reale d’agenzia – mio padre // pulisce il bagno come anni fa senza // variazioni di tecnica – i percentili // dell’amore sono sempre gli stessi. Ci siamo forse troppo presto lasciati // a mancarsi s’ha sempre tempo. // ».

 

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L’ultimo accorpamento vede in pista i poeti Tiziana Cera Rosco, Sebastiano Aglieco e Sabrina Foschini (autori che parrebbero reclamare anche la presenza di Paola Turroni, come accennato in precedenza). La ragione di questo assemblaggio è da ricercare soprattutto nel bagliore carnale dei sensi (siano essi i sensi della passione fisica o piuttosto quelli della passione del “sentire” la morsa del mondo). Tiziana Cera Rosco è rivolta con decisione allo svolgimento del tema viscerale, da qualunque punto lo si guardi. A tale riguardo è emblematico il titolo di una sua raccolta edita: “Il sangue trattenere”. Questa autrice si dota di una svettante prima persona per evocare i nervi a fior di pelle della sua condizione femminile, sulla strada tracciata dalla Plath. «Bevo nell’osso della sedia // senza tavolo // una tisana perfetta. // Tra poco anche questa sedia // verrà battuta. // Forse bisognava restare così … // ». Sebastiano Aglieco, invece, è il più “greco” di tutti i poeti ospitati in bacheca. Lo è in virtù delle sue origini siciliane, ma non solo. In lui è presente lo strappo del lutto, l’inevitabile mitizzazione del dolore e l’aspro mistero della carnalità, calda e reattiva alle provocazioni dell’esistenza. Partitura istintiva, essa accoglie con naturalezza le componenti femminine e quelle maschili, e le fonde potentemente con le note del suo canto. «Saremo in pace in un sesso // in una parola definitiva. // Se c’è un mistero è in questa parola che // diventa bocca e nel suo deperire // Il taglio si apre proprio nell’attesa // nel fiuto di un mondo …// ». La chiusa tocca infine a Sabrina Foschini, poetessa romagnola la cui voce è molto “data” all’oracolo. Detta condizioni e protocolli di stampo classico (E se dicessi Saffo?). Francesco Marotta la definisce autrice priva di melense effusioni sentimentali, e in effetti è vero. Alle note dolciastre, la Foschini preferisce i versi piani, ma nel contempo duri e riflessivi. «… E’ una nave abbandonata dai topi // una pagnotta intrecciata d’alloro // un rosario di girasole // un otre di venti di Pandora. // Un compito glorioso // per la mia frusta divisa da marinaio // ».

 

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Ebbene, cari amici, ho concluso.

Il viaggio è terminato. Tante sono state le realtà; innumerevoli le voci e le intonazioni. Debbo dire che in nessun ospite ho sentito l’ipocrisia del “lavoro a tavolino”. Viene il felice dubbio che il verso non sia poi così malato come qualche Cassandra vorrebbe far credere. Questa mia semplice operazione non vuole essere un’antologia, tra le tante: vuole semplicemente dar l’idea di un festival (di una festa) di poeti. Bravi o meno bravi –questo giudizio è di esclusiva pertinenza temporale – ciascun partecipante ha contribuito a dare, della vita e del mondo, il suo onesto punto di vista. Un lascito coraggioso da consegnare alle generazioni che verranno dopo la nostra.

 

Hanno accettato l’invito i seguenti poeti:

Massimo Orgiazzi  – Piemonte

Stefano Guglielmin – Veneto

Massimo Sannelli – Liguria

Luca Ariano – Lombardia

Matteo Fantuzzi – Emilia Romagna

Salvatore Della Capa – Campania

Mimmo Cangiano – Campania

Matteo Zattoni – Emilia Romagna

Tiziana Cera Rosco – Molise

Giuseppe Cornacchia – Puglia

Fabiano Alberghetti – Lombardia

Vittorio Pergola – Lazio

Adriano Padua – Sicilia

Filippo Amadei – Emilia Romagna

Francesca Serragnoli – Emilia Romagna

Giacomo Cerrai – Toscana

Luca Frudà – Sicilia

Marco Ricci – Marche

Antonella Pizzo – Sicilia

Cristina Babino – Marche

Fabrizio Centofanti – Campania

Nicola Riva – Lombardia

Roberto Ceccarini – Lazio

Giovanni Tuzet – Emilia Romagna

Davide Nota – Marche

Daniele de Angelis – Marche

Sabrina Foschini – Emilia Romagna

Danni Antonello – Veneto

Christian Sinicco – Friuli Venezia Giulia

Alessandro Ramberti – Emilia Romagna

Paola Turroni – Lombardia

Gabriele Pepe – Lazio

Sebastiano Agli eco – Sicilia

 

Un vivo ringraziamento va all’amico Giuseppe Cornacchia per l’impaginazione e il coordinamento di questo lavoro editoriale.

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