Bene, vediamo un po’ come fiorisci – da Poesie, Patrizia Cavalli, Einaudi 1999

Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.

da Poesie, Patrizia Cavalli, Einaudi 1999

Una vita in scrittura: Flora Restivo

LIMINA MUNDI

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Una vita in scrittura

L’invito è stato rivolto da me a Flora Restivo che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite a Flora e grazie a chi si è fermato a leggere.

SCRIVERE PER SCOPRIRE SE STESSI.

Accidenti, non trovo più la stilografica, la mia cara Aurora 88, col cappuccio d’oro, eppure, in tutti questi anni, ho provveduto a ricaricare l’inchiostro, affinché non s’asciugasse! Dove l’avrò infilata? Apro, chiudo, metto tutto sossopra (sai la novità!). Ah , sì, nel cassetto delle lettere scritte e non inviate, tante, ma tante, più di quelle inviate.
Un foglio bianco, mai colorato di quel rosellina insulso che in tante, signore e signorine, preferivano, una penna antica, una donna… antica. Scrivere mi risulta piuttosto difficile, le mie dita sono quasi inservibili e la grafia ne risulta molto simile al cinese, ma non mi creo problemi, sarà compresa di sicuro.

Cara…

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“Dispositivi” di Stefano Guglielmin. Una lettura di Loredana Semantica

LIMINA MUNDI

Che possiamo noi realmente sapere
degli altri? chi sono, come sono…
ciò che fanno… perché lo fanno…

Luigi Pirandello

Dal poeta Stefano Guglielmin, stimato insegnante, saggista e critico di poesia, mi perviene il suo ultimo libretto “Dispositivi”, pubblicato da Marco Saya Edizioni. Sobria la copertina color senape nel formato 20 x 15 e accattivante la ruvidezza del cartoncino goffrato millerighe.
Conosco da tempo la scrittura di Stefano. Leggendo “Dispositivi” riconosco il timbro del poeta sin dai primi componimenti. Un poeta si dice tale, non tanto perché compone in versi e non solo per la tensione a produrre poesie, ancora meno per la mole di composizioni poetiche prodotte, ma, maggiormente, quando la sua voce è riconoscibile, cioè ha acquisito sue peculiarità che la distinguono da quella d’altri. D’altra parte, quella del lettore, credo che nel tempo con la lettura frequente di un certo autore avvenga una sorta di “addomesticamento” non dissimile…

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L’ Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

L’ Arminuta di Donatella Di Pietrantonio Einaudi, 2017 pag. 162
Vincitore Premio Campiello 2017
Vincitore Premio Napoli 2017. Sezione Narrativa.

Arminuta in dialetto abruzzese significa la ritornata, la restituita, e così infatti è stato, questa bambina di 13 anni, più che una bambina un’adolescente, che sta vivendo un periodo particolare e delicato della sua vita, cioè si trova in quella situazione in cui avviene il passaggio nell’età adulta. Dopo 13 anni, un giorno viene restituita, dalla famiglia che l’aveva accudita come fosse una figlia, alla famiglia di origine. I motivi di questa restituzione restano al momento sconosciuti, l’Arminuta, di cui non si sa il nome, si chiede infatti inutilmente quali siano i motivi della restituzione, e si interroga: Adalgisa, la madre adottiva è ammalata e non può occuparsi più di me o forse sono io che ho sbagliato in qualche cosa. Si fa le domande e si da le risposte, se Adalgisa è ammalata posso aiutarla io, ormai sono grande, se ho sbagliato posso correggermi. La scena della restituzione è cruda e forte, si vede questa bambina che sale le scale con una valigia e una sacca piena di scarpe, è accompagnata dallo zio padre. Ad aprire la porta non è la vera madre, ma una bambina di 10 anni, Adriana, la sorella minore, la madre è sullo sfondo e non appena la vede dopo tanti anni le dice: ah sei tornata! come se l’avesse lasciata solo qualche ora prima. La figura di Adriana colpisce come un pugno che non ti aspetti, una bambina coraggiosa ma nello stesso tempo piena di paure, la notte bagna il letto, è una bambina abituata alla miseria, una bambina che resiste, che fa di tutto per sopravvivere in un ambiente ostile. Praticamente è una bambina sola, i genitori sono assenti, il padre al lavoro, la madre con un neonato problematico, una grande miseria e povertà, una madre incapace di amare anzi sembra totalmente anaffettiva, forse sopraffatta dalle avversità, indifferente a tutto, ha dimenticato anche di preparare il posto dove far dormire la figlia ritornata. E sarà Adriana infatti a prendere il posto della madre, sarà la sua terza madre. Si occupa e si preoccupa per lei, la va a trovare quando inizia la scuola: sono venuta a vedere come si trova, dice all’insegnante, sono venuta a controllare che sia tutto a posto. È una bambina che frequenta la scuola elementare ma che si preoccupa per la sorella che frequenta la terza media. Adriana vede nella sorella ritrovata una occasione di riscatto. L’Arminuta si adatta, cerca di sopravvivere con la speranza che prima o poi lo zio la venga a riprendere. Non è sola. Adriana e Vincenzo, si sostituiscono alla madre e al padre dell’Arminuta come occasione del loro riscatto. Vincenzo in particolare è un ragazzo che si sforza di dimostrare di potercela fare, va a lavorare, porta l’oro, dona alla sorella un cuore che nel futuro lei indosserà come talismano nelle occasioni importanti.
La scrittura è scarna ed essenziale, i personaggi sono ben tratteggiati, mi piace molto l’uso che fa del dialetto, quando fa parlare la madre o Adriana, quando la madre picchia l’Arminuta perché strappa le banconote che le aveva inviato la zia, Adriana entra e dice alla madre: a issa no. O quando chiamano la testa: la coccia. O dice: ci corichiamo testa e coccia ma prima ci laviamo i piedi. Devo dire che Adriana è una forza! E anche l’Arminuta non è da meno. Dopo l’Arminuta la Donatella Di Pietrantonio ha pubblicato il sequel Borgo sud, finalista al Premio strega 2021, che secondo me non è altrettanto bello come l’Arminuta.

Il fetore del passato

IMG_20220416_115104_resized_20220416_011936038Sono figlia di emigranti ma non troppo, i miei provenivano da un paese distante solo 40 chilometri dal paese in cui si sono stabiliti subito dopo la mia nascita. Cambiava la provincia e assieme alla provincia cambiavano tutte le tradizioni, principalmente quelle culinarie. Mio padre è rimasto orfano da ragazzo, la madre era di Salerno, figlia di un tizio benestante che possedeva un pastificio, pare sia stata diseredata  perché ha avuto tre figli con mio nonno fuori dal matrimonio. Lui  era guardia carceraria e fino a 27 anni, come credo avvenisse  anche per i carabinieri, non li facevano  sposare. Così mi è stato raccontato, anche se non so se corrisponde al vero. Mi è stato anche raccontato che una volta un ergastolano gli aveva rivelato il luogo dove aveva nascosto un grande tesoro,  leggasi bottino. Il posto si trovava in Sardegna, mio nonno però non andò mai a controllare. Ma perché non è andato? Non  si fa così! Si va in Sardegna, si cerca il luogo, si scava, si trova il tesoro e si diventa ricchi fino alla settima generazione. Invece no, non andò.  Comunque questa è un’altra storia. Continua a leggere “Il fetore del passato”

Il Silenzio di Don Delillo

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De Lillo, considerato il più grande romanziere americano vivente ha pubblicato nel 2020 The Silence, tradotto in italiano da Federica Aceto e pubblicato da Einaudi, nel 2021. Il romanzo di 103 pagine, è diviso in due parti.

La prima parte si svolge in un aereo che si sta dirigendo a New York, dove una coppia di rientro da una vacanza goduta appena dopo la pandemia, si sta recando a Manhattan per assistere insieme ad amici, nell’East Side, alla finale del Super Bowl.

Durante il viaggio mentre la donna prende degli appunti in un taccuino, come è solita fare, si meraviglia che una parola: celsius, le esca dalla testa senza volerlo, così fa delle elucubrazioni riguardo la stranezza del funzionamento del cervello umano. All’improvviso accade che i sistemi elettronici dell’aereo fanno tilt e si silenziano del tutto senza un apparente motivo. L’aereo riesce ad atterrare fortunosamente. La coppia rimasta ferita viene portata in ospedale ma anche lì tutto si è fermato, le comunicazioni, le linee telefoniche, internet. Tutto si è bloccato, treni, metropolitane, aeroscali. La gente scende per strada come impazzita, le persone sono impaurite, confuse.

Nella seconda parte del romanzo si raccontano gli avvenimenti che si succedono all’interno della casa dove alcune persone  attendono l’arrivo degli amici dall’aeroporto. In questa casa sono presenti un’insegnante di fisica in pensione con suo marito nonché un suo ex studente mezzo alienato che non fa altro che parlare e raccontate della teoria della relatività di Einstein.

Anche in casa si spegne tutto e mentre loro sono lì che guardano la tv, lo schermo diventa nero. Il mondo è avvolto nel silenzio. Tutti i dispositivi tacciono. I cellulari sono fuori uso, spenti e silenziosi, così come ogni device, ogni schermo, ogni cartellone digitale. Intanto i due amici dell’aereo riescono a a raggiungere a piedi l’abitazione dove li attendono gli altri. Si fanno congetture circa l’accaduto, si pensa all’invasione degli alieni, allo scoppio della terza guerra mondiale, a un passaggio in un’altra dimensione temporale, a un attacco terroristico.

Nessuno sa nulla. Sembra sia arrivata l’apocalisse. I personaggi si muovono come su un palcoscenico e si avverte fortemente l’incapacità di comunicare fra di loro, come se il blocco delle comunicazioni e il conseguente silenzio, riguardasse non solo le componenti elettroniche ma anche l’essenza stessa dell’essere umano.

I personaggi delirano, non si relazionano, sono lontani l’uno dall’altro, non sanno leggersi, sono silenziosi anch’essi, non esiste dialogo, nessun discorso consolatorio, nessuna parola che spieghi e conforti, vige il silenzio più grande, forse lo sono sempre stati non comunicativi senza mai rendersene conto a causa del rumore di sottofondo fatto dai dispositivi che si sono sostituiti all’uomo. Allora tutto perde significato, anche le parole sono inutili, così i personaggi appaiono rassegnati e si perdono per sempre nel silenzio apocalittico e nello spazio cosmico rappresentato dal nero dello schermo.

antonella pizzo

Febbre di Jonathan Bazzi

febbre

Nel posto in cui sono cresciuto le cose sono chiare: i maschi sono fatti in un modo – motorino, calcio, figa –, le femmine in un altro. Si sta da una parte oppure dall’altra. Ogni tentennamento, ogni tentativo di sconfinamento viene immediatamente riconosciuto e sanzionato. Pubblicamente, in strada, ovunque. Perché il codice è pervasivo e condiviso, si vuole stare al sicuro. Servono certezze, non c’è spazio per le sfumature. (Cit. Febbre di Jonathan Bazzi )

Febbre di Jonathan Bazzi, uscito nel 2019 per Fandango libri, che è stato finalista al Premio Strega del 2020, è un romanzo appartenente al genere autofiction, che racconta la vita dell’autore a partire dalla sua infanzia piena di fragilità, fino al raggiungimento della sua vita adulta nella quale ha già superato e risolto in modo superbo parecchie delle sue problematiche.
La narrazione si svolge in due tempi diversi e simultanei, il suo passato di bambino e il suo presente. A partire dalla cosa più semplice e cioè il proprio nome, Jonathan trova nella sua vita il primo dei suoi ostacoli. Soffre infatti di balbuzie e quindi ha difficoltà a pronunciare il suo nome per via di quella fastidiosa acca in tha. Vive A Rozzano, che ho immaginato sia una sorta di Scampia del nord o simile al Bronx. I suoi genitori sono due giovanissimi che hanno provato a formare una famiglia ma fallendo miseramente nel progetto. Il bambino viene cresciuto così dai nonni materni e paterni che, per fortuna e compatibilmente con le loro colorite caratteristiche regionali, lo amano parecchio, così come in verità è parecchio amato dalla madre, nonostante i problemi di questa di costruirsi una vita decente. Jonathan è povero, vive nelle case popolari fra delinquenti e prostitute, è balbuziente, è gay. Nel 2016, quando lui ha 31, gli viene una febbre che lo fa star male e che non se ne va più. Il libro riesce a trasmettere l’ansia per questa febbre, ansia che viene alimentata anche dalle frequenti e preoccupate telefonate di sua madre. Pensa di avere una malattia incurabile finché fa il test per l’HIV che risulta positivo. Sapere è meglio di non sapere, così Bazzi si sente finalmente sollevato.
Una scrittura cruda, sincera, che racconta senza mezzi termini la lotta per la sopravvivenza in un mondo dove tu sei altro da loro. Il libro mi è sembrato però una sorta di diario o cronaca nuda e cruda dove l’autore si racconta senza pudore e senza mentire, ma nulla che mi abbia coinvolta dal punto di vista letterario/poetico. Però il romanzo mi ha aiutata molto a comprendere meglio certe dinamiche di solitudini e sofferenze, certe tensioni e contraddizioni. Tipo la netta distinzione fra l’innamoramento per ragazzi teneri e quasi angelici e il sesso praticato con uomini più grandi, rudi, sconosciuti, per i quali si può addirittura provare quasi disprezzo ma lo stesso farci del sesso. Raccontarsi in questo modo penso sia stato un atto di generosità.
Di Bazzi per Mondadori è uscito a febbraio Corpi Minori che sarà un midquel di Febbre, in febbre ha raccontato dell’infanzia e della sua vita adulta, in Corpi minori racconterà dei suoi vent’anni e dove si esplorerà il suo desiderio verso ragazzi inafferrabili.corpi minori

L’accabadora e l’eutanasia

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Io l’ho letto solo quest’anno. Sono arretrata nelle letture. Il tema dell’eutanasia esplode in questi giorni più che mai dopo che la corte costituzionale il 15 febbraio 2022 ha dichiarato inammissibile il referendum dell’omicidio del consenziente, referendum che avrebbe dovuto servire ad abrogare parzialmente l’articolo 579 del Codice penale omicidio del consenziente.
L’accabadora, per chi ancora non lo avesse letto e ne sconosce l’esistenza, penso in pochi perché ha venduto tanto e ha avuto vasta eco proprio per la delicata tematica che tratta, è stato scritto da Michela Murgia ed è uscito nel maggio 2009 per Einaudi, affronta per l’appunto il tema dell’eutanasia. Il libro ha vinto il Premio Dessì, il SuperMondello e il Premio Campiello ed è stato tradotto in diverse lingue.
La vicenda si svolge negli anni 50 in Sardegna in un paese dal nome inventato che si chiama Soreni.
Maria Listru è stata adottata, anzi è stata venduta dalla madre Anna Teresa Listru, a Tzia Bonaria Urrai, una vedova benestante, senza che nessuno in paese capisca le ragioni di questa adozione perché Tzia Bonaria ha una certa età. Maria Listru diventa filla de anima, figlia generata due volte. Bonaria ufficialmente fa la sarta, cuce abiti su misura alla gente, è una donna tutta d’un pezzo e non si lascia andare a confidenze con la figlia adottiva. Ma il mestiere che fa Bonaria è di tutt’altra natura, lei invece degli abiti accompagna all’altra vita e aiuta a morire chi non ce la fa più a vivere, svolge una sorta di servizio per la comunità. Prendendo sopra di lei le sofferenze degli altri non senza provare dolore per ciò che fa. La sua è una missione, un atto di pietas. Attorno a queste due persone ruotano altri personaggi. Oltre all’eutanasia il tema trattato è quello dell’adozione e dell’amore fra madre e figlia dove, tramite l’adozione, Bonaria non è più solo chi toglie la vita, un’accabadora, ma anche una madre che  la vita la genera, riscattandosi. La rottura fra madre e figlia adottiva avviene quando Maria scopre il vero mestiere di Bonaria. La scrittura è essenziale e mostra le cose nella loro crudezza e nudità, anche se mostra tratti lirici, poetici e metafore. Continua a leggere “L’accabadora e l’eutanasia”

Il presentatore diede la parola all’ultimo politico di grido

Il presentatore diede la parola all’ultimo politico di grido
che fece salti mortali e come una scimmia si arrampicò sugli specchi
con una giravolta afferrò capra e cavoli.
Il presentatore andò a dormire tardi e sognò di populismi
di necessità e di legislature
un patto positivo e qualche illusione
sognò poi la flessibilità che gli fece piagare la testa.
Il presentatore pensò: non cambia mica molto la cosiffatta storia
sarebbe rivoluzione solo ci fosse una lotta
comunque il peggio è passato spero ora non ricomincino con la guerra dei dazi.
Il presentatore indossò gli occhi all’incontrario e la sua lingua leccò il veleno
che lento la serpe produsse e poi nascose per somigliare all’agnello.
Noi ci alzammo presto e andammo a lavorare senza contratto e garanzie
aspettammo a lungo che passasse il peggio ma il peggio dimorò a casa nostra
così anche quella notte tornammo a dormire .

Valentino – Giovanni Pascoli

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VALENTINO

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Oh! Valentino clothed anew,
like the blossoms of the hawthorns!
Just, your little feet tried by the brambles
you wear the skin of your little feet;
you wear the shoes mother made you,
that you haven’t changed from that day,
that didn’t cost a penny: but
the suit she made for you is expensive.
It’s expensive: mother already spent
that jingling moneybox:
now it’s empty: and for more than a month,
the whole poultry pen sang to fill it.
Remember January, when the burning log
wasn’t enough for you, you were shivering, pity me!
and the hens were singing: An egg!
here here an egg, an egg for you!
Then, the hens brooded, and March arrived,
and you, thin little peasant
remained half finished, with plumage,
but barefooted, just like a bird:
like the bird come from the sea,
which hops around the cherry tree, and doesn’t know
that besides pecking, singing, loving.
there could be another happiness.

Traduzione da qui

Martino e l’imperatore -Claudio Chieffo

dedica11

Ti diranno che tuo padre
era un personaggio strano,
un poeta fallito,
un illuso di un cristiano;
ti diranno che tua madre
era una sentimentale,
che pregava ancora Dio
mentre si dovrebbe urlare…
Tu non credere mai
all’imperatore,
anche se il suo nome è società,
anche se si chiama onore,
anche se il suo nome è popolo,
anche se si chiama amore.
Credi solo in nostro Padre,
che è venuto e che verrà
a portare la giustizia
contro la malvagità.
No, non credere mai
all’imperatore,
anche se il suo nome è società,
anche se si chiama onore,
anche se il suo nome è popolo,
anche se si chiama onore.
No, non credere alla scimmia
e alla sua casualità,
tienti stretto alla mia mano,
anche se non ci sarà.

Claudio Chieffo

Immagine da https://elimperatore.wordpress.com/

Salvatore Quasimodo Lettera alla madre

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Immagine da Salvatorequasimodo

《Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,

il Naviglio urta confusamente sulle dighe,

gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;

non sono triste nel Nord: non sono

in pace con me, ma non aspetto

perdono da nessuno, molti mi devono lacrime

da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi

come tutte le madri dei poeti, povera

e giusta nella misura d’amore

per i figli lontani. Oggi sono io

che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole

di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto

e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore

lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –

«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo

di treni lenti che portavano mandorle e arance,

alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,

di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,

questo voglio, dell’ironia che hai messo

sul mio labbro, mite come la tua.

Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.

E non importa se ora ho qualche lacrima per te,

per tutti quelli che come te aspettano,

e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,

non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro

tutta la mia infanzia è passata sullo smalto

del suo quadrante, su quei fiori dipinti:

non toccare le mani, il cuore dei vecchi.

Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,

morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater. 》

Valter Binaghi, in Paradiso ti accolgano gli angeli

Per quelle strane vie, che a noi non è dato comprendere, e quegli strani percorsi internettiani che da una cosa letta passi a un’altra cosa, una cosa che non cercavi, che non immaginavi avresti cercato e poi trovato. Così oggi 12 luglio 2015,  da una poesia postata da Marco Saya tratta da “Le belle stagioni” di Franz Krauspenhaar, che molto mi è piacuta, tant’è che l’ho ribloggata, sono andata a cercare l’autore in rete per vedere se trovavo altre poesie dello stesso autore, e nel blog dell’autore leggo ciò che non sapevo. Sono fuori dal circuito letterario, mi collego a internet poco o nulla, e le notizie a me non arrivano.

Oggi 12 luglio 2015, esattamente due anni dopo, ho appreso con molto dispiacere della morte di Valter Binaghi avvenuta il 12 luglio 2013.

Il caro doctor Blue. Qui nel ricordo di Franz Krauspenhaar.

Di Valter, che ho conosciuto virtualmente e che stimavo come autore, posso dire che era una persona estremamente buona e gentile, sempre disponibile all’ascolto, una rara persona. Caro Valter, non l’ho ancora fatto ma leggerò il tuo dieci buoni motivi per essere cattolici (Di Valter Binaghi e Giulio Mozzi).

Riposa in pace Valter e da lassù, se puoi, fai qualcosa per noi.

In Paradiso ti accolgano gli angeli,
al tuo arrivo ti accolgano i martiri
e ti conducano nella Santa Gerusalemme.

Ti accolga il coro degli angeli
e con Lazzaro, povero in terra,
tu possa godere il riposo eterno, nel cielo

(dal Rito delle esequie)

Le belle stagioni di Franz Krauspenhaar

poesiaoggi

Al canto dell’autunno saremo sommersi dai rimpianti.
Ora che l’estate è all’inizio siamo solo scomparsi
dentro la noia, tesa come una corda insaponata,
melliflua a volte, e ingannatrice sempre.
L’estate si è fatta attendere per decine di giorni
tutti uguali, e ora, al suo saldo, si affloscia nelle mani
come di un cuoco il soufflé malriuscito, specialità
della cucina morbosa, nata storta, con l’handicap.
La bella stagione in te è finita appena cominciata,
senza amici, senza nessuno, nei marciapiedi
ossessivi della tua grande città, solitaria di tanta gente,
inespressa, mentre la corista dei Pink Floyd da un oblò
fa uscir fuori il fiato dalla parte buia della luna.
Musica per sole stelle, quando sopra gli ultimi tetti
ascoltavamo la notte di suoni, fabbricati dal buio,
in un Inghilterra remota, sede di inascoltati pianeti.
La mia tristezza non ha rimedio, solo fondo graffio
sulla pelle del senso, nel mio palmo aperto…

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L’assenza, l’oceano, il ritorno. Lucia Drudi Demby

tempesta

Ci sono assenze, strane assenze, che non lasciano vuoto ma che sono esse stesse riempimento, sono assenze che colmano, che prendono il posto di chi non c’è più, di chi è stato con noi ma che è partito, ci ha lasciati, o è stato preso, rubato, di chi vive in altri luoghi, lontani, lontano da noi; o è ancora accanto a noi ma è come se non ci fosse, si è fatto assenza e noi avvertiamo forte e concretamente la presenza di questa loro volontaria assenza, la elaboriamo, diamo ad essa una forma, la facciamo parola, rumore, racconto, canto, ritornello, che torna quindi. Ci sono persone che non ci sono più fisicamente, che hanno lasciato i loro corpi, i quali sono marciti, sono stati ridotti in polvere, in cenere, mischiati alla terra, corpi divenuti humus, terriccio fertile ma sempre presenti, che continuano a parlarci in un linguaggio muto, si fanno pensiero che modifica le nostre azioni, la nostra vita. Ci sono persone che ci sono ancora ma separati da noi da distanze incolmabili, distanze di intendi, di pensieri, di cultura, oppure presenti ma divisi da noi per distanze geografiche, fra noi e loro ci sono terre estese, catene montuose insuperabili, mari, oceani.

Lucia Drudi Demby fa una scelta difficile e coraggiosa, per certi tempi e per certa cultura, sposa, infatti, nel 1953 lo scrittore americano di colore William Demby. La loro è un’unione contrastata socialmente, problematica. La loro unione si spezza. Lui è lontano. L’America è lontana, fra lei e lui c’è il grande oceano, un immenso oceano, una distanza impercorribile, ma l’amore non conosce distanze, né le conosce il pensiero e neppure la parola, si può amare anche l’assenza della persona amata, se tutto di lei si amava, si amerà anche quella. Così Lucia scrive dell’amato, dell’assenza dell’amato, scrive dell’amore. La loro unione si è spezzata ma non si è mai spezzata, perché il filo che lega a chi si è amato non si spezza mai, s’attorciglia e soffoca, ma spesso si lancia e ritorna a noi, come una lenza, come una rete che si butta e si spera nella buona pesca, e se non si è preso nulla si rilancia in mare, si ributta, per poi tirare, per poi tornare, nei ricordi, nelle parole, nel linguaggio, nella poesia, alta, come l’oceano, come l’onda del mare che va e viene, sperando che la “partenza non neghi il ritorno”:

Perché distanza
non per sempre
sia
perché partenza
non neghi ritorno
perché separazione
solo il passo
sia
sereno di un risveglio
l’oscurità e la luce
il sempre e il mai
informe goffa cerimoniale avanzi
anima screpolata
femminea parte del mondo
inginocchiata avanzi
innamorata
dell’assenza.

Lucia Drudi Demby ha scritto il romanzo La lezione di violino e altri romanzi; traduttrice, per l’Adelphi di opere importanti della letteratura anglosassone come La mia Africa di Karen Blixen, Erewhon di Samuel Butler, La Passione di Djuna Barnes. Ha sceneggiato L’incompreso per la regia di Comencini, Un bellissimo novembre per la regia di Bolognini, La monaca di Monza e molto altro ancora. È scomparsa nel dicembre del 1995.

DA TELLUSFOLIO

Fernando Lena – Intina

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Ritratti di donne e uomini rinchiusi nel Manicomio di Aversa destritti da Fernando Lena nel suo poemetto ” La Quiete dei respiri fondati”. Sone anime perse, doloranti e dolorose. Ciro che ha il carisma dei flaconi di tavor, Milena che fissa il sole, Peppino che ha ingoiato un bullone, Cecilia che si innamora di chi forse non dovrebbe e  ha la certezza di essere come l’Eva primordiale che ha tradito, e poi ancora Lara, e Intina, e Suor Adelaide, Paolino che gioca da portiere e ama tanto Armado Maradona, Claudia con le scarpe schizofreniche come lo è lei, il nano Franz. Una sorta di antologia di Spoon river dei matti, in  mezzo ai quali l’autore ha vissuto, suo malgrado,  per un certo periodo di tempo.  Non sono bestie ma uomini e donne ai quali basta una carezza per sfamarsi di speranza.  Questi versi sono  un gesto d’amore,  sono una carezza, che il poeta ha  rivolto a queste povere anime che sono state compagne di avventura e/o di sventura, che lo hanno arricchito, credo fortemente, in un donarsi reciproco che apre alla speranza. A.P.

[…] I versi di Lena hanno una forza immediata e sono carichi del dolore e della passione che attraversarono quel momento della sua vita.  […]  leggi Giuseppe Grattacaso 

****

[…]Il libro, dunque, è costituito da una successione di ritratti, persone realmente incontrate e immerse nell’atmosfera di un microcosmo fatto di pochi oggetti e delle stesse ossessioni.
Ciò che ne consegue è un vocabolario scarno, tra dolore, distacco, immersione e rievocazione, nella forma di una cronaca spesso al presente, come se l’io, improvvisamente si fosse catapultato in un tempo in cui, malgrado il male, l’albero si è dovuto irrobustire e ha messo radici. […] Leggi Sebastiano Aglieco

***

[…]Poesia forte, coinvolgente, immediata, chiara i cui versi, con espansioni generose e audaci, intrise di una realtà vissuta su percorsi da via crucis, agganciano, con resa visiva, gli abbrivi emotivi dell’anima. Di un’anima che sente l’urgente bisogno di confessare, di dire, di comunicare dolori ed esperienze che, decantate da tempo in un cuore gonfio di vita, fuoriescono con polisemico ardore in un canto di proteiforme umanità, di doloroso impatto in un articolato linguistico di solida tenuta, diretto e nitido, denso ed espanso, che evita l’insidia dei luoghi comuni, l’armamentario di usi retorici.[…] Leggi Naziario Pardini

da ” La Quiete dei respiri fondati”

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 Intina

Intina da almeno cinquant’anni
vive intrappolata
nella coscienza di una bambina.
Tutto il giorno
vaga tra i padiglioni
abbracciando una bambola
come se fosse l’unica erede
della sua estraneità
la domenica pranza con noi
esile come una creatura innocente
si ciba d’incanto
parola dopo parola
diventa sempre più libera
di abitare il suo poema apatico
ma pieno di bambole e silenzi
che pettinano l’ira impavida
dei suoi coinquilini
la sua follia ha una logica
che la proietta nella libertà
ha scelto di non essere donna
per contenere l’odore infernale
degli uomini.

***

Fernando Lena, Quaderni dell’Ussero, Collezione Letteraria 2014

Fernando Lena è nato a Comiso (RG) nel 1969 dove vive e lavora.
Diplomatosi all’Istituto d’arte ha fatto per alcuni anni l’orafo.
La poesia è stata sempre una dominante nel suo cammino esistenziale abbastanza tortuoso, in vari periodi di silenzio editoriale ha pubblicato due libri fondamentali
e qualche silloge, il più recente a parte quello edito dalla Archilibri dal titolo
Nel Rigore Di Una Memoria Infetta“, è un poemetto edito Nei Quaderni Dell’Ussero
(Puntoacapo editrice) “La Quiete dei Respiri Fondati” è presente in alcuni blog
ed è stato finalista in premi (Tivoli Europa Giovani, Astrolabio, Vola alta la parola, Torre Dell’Orologio ecc..)

Venerdì Santo di Fausto Maria Martini

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Venerdì Santo

Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri.
Venerdì Santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest’abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù
Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l’altare
la buona amante con le mani in croce
Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:
Venerdì Santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via.
Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d’olivo che l’altr’anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.
Quante volte l’olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!
E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo:
Ma sempre sull’aurora nuova, il ramo
d’olivo i lieti amanti benedisse!
Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai.
E’ sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t’inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi
due perle nere in una rete verde.

Fausto Maria Martini
Poeta, drammaturgo e critico letterario, Fausto Maria Martini (Roma 1866 -1931) appartiene alla scuola crepuscolare di Roma, formatasi nei primi decenni del Novecento, il cui esponente principale era Sergio Corazzini. Dopo la morte di Corazzini, Fausto Maria Martini ha vissuto negli Stati Uniti per un breve periodo. Tornato in Italia, ha lavorato come critico teatrale alla rivista La Tribuna e al Giornale d’Italia. Ha partecipato, riportando delle persistenti ferite,  alla Prima Guerra Mondiale .

* Fausto Maria Martini mi perdonerà se gli ho cancellato dalla poesia tutta la serie dei tre puntini

Apriamo i cuori alla speranza citando De Andrè e il Testamento di Tito

Anonimo , Traini Francesco - sec. XIV - Cristo crocifisso tra i due ladroni (Fondazione Zeri)
Anonimo , Traini Francesco – sec. XIV – Cristo crocifisso tra i due ladroni (Fondazione Zeri)

Il Testamento di Tito (Testo alla fine del post)

Tito, si legge nei vangeli apocrifi,  Protovangelo di Giacomo e Vangelo arabo dell’infanzia, era uno dei due ladroni crocifissi assieme a Gesù, l’altro ladrone pare si chiamasse Dimaco o Dumaco, che in greco  vuol dire “colui che combatte due battaglie”. Tito era il buon ladrone, Dimaco/Dumaco era il cattivo. Altri vangeli apocrifi chiamano Dismas o Dimas il primo, e Gestas il secondo.

Il vangelo arabo dell’infanzia racconta che Tito e Dimaco incontrarono la Sacra famiglia che fuggiva  in Egitto, per evitare la strage degli innocenti voluta da Erode. Dimaco voleva derubarli, stranamente Tito si oppose. Così, quest’ultimo, per evitare che ciò accadesse, offrì in cambio al socio 40 dracme . Gesù, poi, informò la Madre che quei due ladroni sarebbero stati Crocifissi con lui.

Lc 23, 39-43

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l`altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Nel testo del Testamento di Tito, di F. De Andrè, c’è la confutazione dei dogmi e della morale, è rappresentatato un Dio lontano e ingiusto, “o troppo occupato”, un Dio che non esiste, e che è stato inventato dagli uomini.  Negli ultimi due versi dell’ultima strofa, la situazione ha, però, un capovolgimento imprevisto, infatti De Andrè fa dire a Tito:

Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore

Tito tocca con l’anima la sofferenza che non chiede nulla, l’amore che nulla reclama, ha contezza dell’amore descritto da S. Paolo nella lettera ai Corinzi:

…non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia,
ma si compiace della verità…

Affermava De Andrè in “In Cesare G. Romana, Amico fragile, p. 76″:
Tito ne aveva fatte di tutti i colori ma senza far male a nessuno, sicché alla fine era più innocente di quel Cristo col quale gli toccò di dover dividere la morte ricevendone in cambio un’astratta promessa di paradiso, là in quell’esiguo spazio sul Golgota che ancora oggi, duemila anni dopo, ci pesa addosso.

Si dice che De Andrè fossse ateo, anarchico, agnostico. Ma io dico, semplicemente, noi cosa conosciamo di ciò che alberga nell’animo del nostro prossimo? A stento riusciamo a leggere dentro di noi. Facciamo presto ad affermare che tizio è ateo, invece, caio è cattivo, sempronio non è credente, l’altro invece è un sant’uomo, guarda quante opere buone! Quello andrà dritto dritto all’inferno, invece per l’altro saranno spalancate le porte del paradiso.  Può essere sì, può essere no, di certo in qualsiasi momento della nostra vita possiamo operare delle scelte diverse, nel bene e nel male. Sta a noi dire sì con fiducia alla speranza o  dire no e lasciarci affogare e soffocare dalla disperazione della negazione. Parecchie delle mie poesie, benchè dettate dal dolore e permeate da esso, parlano di speranza, a volte solo nello spazio bianco posto fra due versi,  Dentro l’abisso luccica la storia. E spero sempre di non perdere mai la speranza del bene e nel bene, e in questo mio sperare sta già insita la speranza. Così bene ha fatto il nostro Vescovo Mons. D’urso, nei suoi auguri natalizi “Apriamo i cuori alla speranza” a citare “l’ateo” De Andrè riguardo la speranza «Quello che Fabrizio De André invocava “Dio del cielo se mi vorrai amare scendi dalle stelle e vienimi a cercare”, è ciò che noi celebriamo a Natale. Un Dio che ci ama e viene a cercarci, facendosi uomo! L’esperienza di tante persone ci dà la conferma che senza di “te non so più dove andare, come una mosca cieca che non sa più volare”. E, purtroppo, “se ci hai regalato il pianto e il riso noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso”. E De André conclude: “Dio del cielo ti aspetterò, nel cielo e sulla terra ti cercherò”. Anche noi lo aspettiamo (siamo gente che aspetta!), lo cerchiamo e siamo certi che egli viene per salvarci e riaccendere o consolidare la speranza».

Infatti  «C’è chi è toccato dalla fede – scriveva De André – e chi si limita a toccare la virtù della speranza (…), il Dio in cui, nonostante tutto, continuo a sperare, è un’entità al di sopra delle parti, delle fazioni». (cut)

Inoltre per confutare  riporto e cito  da  “La smisurata preghiera di un’anima salva“:  Ettore Cannas che nel suo bel libro “La dimensione religiosa nelle canzoni di Fabrizio De André” (ed. Segno), con un’accurata indagine statistica, ha catalogato i termini contenuti nei testi di De André. I risultati sono interessanti. Si scopre che i quattro termini più utilizzati dal cantautore nell’intera sua produzione sono: “Dio/Signore”, “Amore”, “Cielo” e “Vento”; questi ultimi utilizzati sovente in senso metafisico (vento è spesso usato nel significato biblico di ruah, il soffio dello Spirito). 

Il testamento di Tito

Fabrizio De André

[1970]
Testo di Fabrizio de André
Musica: Fabrizio De André e Corrado Castellari
(da un’idea di Gianfranco Michele Maisano)
Album: La Buona Novella

Non avrai altro Dio, all’infuori di me.
Spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.

Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore,
ma forse era stanco, forse troppo lontano
davvero, lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre,
e onora anche il loro bastone.
Bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone.
Quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore,
Quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste,
facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali,
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice Non devi rubare,
e forse io l’ho rispettato
vuotando in silenzio le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio,
ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri,
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami,
così sarai uomo di fede,
poi la voglia svanisce ed il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore,
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice Non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno;
guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno,
guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino
e scordano sempre il perdono.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore,
ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.

Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri, già caldi d’amore
non ho provato dolore,
l’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore,
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore.

Questo ingordo viluppo di inutilezze di Angelo Maria Ripellino

ripellino

 

 

 

 

 

Chi potrò salvare con gli stracci dei versi,
con questo ingordo viluppo di inutilezze,
con questa inguaribile malsanìa di parole,
ora che il gasolio delira e il carovita vaneggia
e lo zucchero muore?
Chi potrò soccorrere col balsamo delle metafore,
di cui in gioventù ho fatto incetta,
se io stesso ho paura delle vuote domeniche
e delle notti senza un filo di luce
e dell’isoscele pioggia, di questa belletta
che intride le reni?
Assedia anche me il coprifuoco, il deserto lunare.
Penso ai cionchi sprovvisti di grucce,
ai vecchi e ai malati,
agli abbandonati.
Chi li andrà più a trovare?

[Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, Torino, Einaudi 2007, p. 232]

piccola poeresia dedicata agli esodati

Fornero-Esodati

Aspetta qualcosa qualcuno la lettera il fax la mail la pec
dal sito dal portale dalla buca delle lettere dal balcone affacciato
nel forum chiede timoroso e angosciato
– scusate il disturbo signori e signore qualcuno di voi
ha per caso ricevuto risposta?

Dalla dtl di Alessandria nessuna risposta
Dalla dtl di Arezzo nessuna risposta
Dalla dtl di Asti nessuna risposta
Dalla dtl di Ancona nessuna risposta

Aspetta qualcosa qualcuno un cenno un foglio piegato
un incarto riposto con cura, una busta un messaggio un segnale
di fumo magari che viene dalla regione degli indiani
d’america d’asia dall’india dall’africa da un luogo indistinto
lontano sfuggente incomprensibile un labirinto dell’anima

Dalla dtl di Genova nessuna risposta
Dalla dtl di Roma nessuna risposta
Dalla dtl di Napoli nessuna risposta
Dalla dtl di Imperia nessuna risposta

aspetta qualcosa qualcuno che gli dia la speranza la vita l’onore
un tam tam un mugugno un’intervista un servizio
un accenno un programma tv un cinguettio che affermi
una frase che dice coraggio, una pacca un sorriso
un dai fatti forza ti toglieremo quest’oggi il tuo marchio d’infamia

Dalla dtl di Latina nessuna risposta
Dalla dtl di Venezia nessuna risposta
Dalla dtl di Lucca nessuna risposta
Dalla dtl di Ragusa nessuna risposta

La sveglia suonava alle cinque faceva piano
per non svegliare i figli e la moglie
al buio si vestiva e in cucina faceva il caffè
Rispettoso con i colleghi ha sempre fatto il suo dovere
si impegnato anche oltre l’orario, ha dato la vita all’azienda

Dalla dtl di Reggio nessuna risposta
Dalla dtl di Bologna nessuna risposta
Dalla dtl di Sondrio nessuna risposta
Dalla dtl di Trieste nessuna risposta

La sciarpa la teneva stretta al collo
per via della nebbia attento guidava
vedrai quando avrò la pensione
faremo quella bella crociera
sul mare d’oriente sul nilo col vento caldo
un bacio sul ponte il tuo braccio sul mio.

Dalla dtl di Ampefuro nessuna risposta
Dalla dtl di Cobenza nessuna risposta
Dalla dtl di Fitinzia nessuna risposta
Dalla dtl di Ruponia nessuna risposta

Potremo comprare anche un pezzo di terra
che fiori, che frutti, che erbe, che sole
che acque, che prati, che odori, che suoni
e farfalle e lombrichi, che api che miele
che colori che foglie che olio che vigna
che mele che pere lattughe zucchine

Dalla dtl di Comodo nessuna risposta
Dalla dtl di Solima nessuna risposta
Dalla dtl di Zucana nessuna risposta
Dalla dtl di Rotunia nessuna risposta

Ti compro una spilla un vestito una stola
un abito in pizzo, di damasco una giacca
un belletto un profumo una piccola case
un anello incrociato un bracciale in corallo
un cappotto di lana una borsa di pelle
le stelle la luna la gioia di essere stato
alla fine e per sempre non più un esodato ma un salvaguardato

Gli abiti e i corpi – Giovanni Giudici (1924-2011)

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Giovanni Giudici
Gli abiti e i corpi

Ormai sfibrate le asole e sapienti
Rammendi qua e là – ma gli abiti
Sembravano come nuovi. Egli
Accurato ogni sera li deponeva
Sopra una sedia – quali
Che fossero l’umore o la stabilità
L’uxorio brontolamento che lo affliggeva.
E deponeva con essi il tic-tac
Che gli scandiva giorni e notti, l’oriolo
Da tasca con una croce Continua a leggere “Gli abiti e i corpi – Giovanni Giudici (1924-2011)”

Dîner d’Epicure

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Archivio Paolini

Dîner d’Epicure
venerdì 23 gennaio 2015
Hotel I Portici
via Indipendenza 69, Bologna
cena esclusivamente
su invito ore 21.00
apertura al pubblico dalle ore 23,00

A Bologna in occasione di Arte Fiera, venerdì 23 gennaio 2015 nella suggestiva ghiacciaia del XIV secolo dell’Hotel I Portici si terrà l’evento espositivo e di alta cucina Dîner d’Epicure, organizzato da GDA Associazione Italiana per l’Arte in collaborazione con l’Archivio Paolini nell’ambito del progetto Passages, ciclo di mostre ed eventi artistici per la promozione e valorizzazione di Musei e dei patrimoni culturali italiani ed europei in dialogo con le opere del Maestro Roberto Paolini.

Si potrà partecipare alla cena esclusivamente su invito, ma a partire dalle ore 23.00 l’evento espositivo sarà aperto al pubblico.
In collaborazione con la giovane promessa della cucina italiana, lo chef sperimentale Roberto Valbuzzi, l’evento Dîner d’Epicure condurrà un’indagine sull’operato artistico di Roberto Paolini accompagnando il pubblico attraverso le possibili connessioni tra arte e cucina, discipline molto diverse ma straordinariamente capaci di attingere alle medesime forme e a gli stessi linguaggi espressivi.

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