Nunzio Festa su Catasto ed altra specie

Sabato, 23 Settembre 2006

Catasto ed altra specie di Antonella Pizzo

Pizzo Catasto ed altra specie, di Antonella Pizzo, Fara Editore (Sant’Arcangelo di Romagna, 2006), pag. 60, euro 8.00.

Fra la schiena e il foglio / persa nell’intestino cieco / non so per quanto e come, né perché / ma fra loro il cuore e bile / lo stomaco che reclama / e un pancreas a forma di fagiolo / che mi secerne umori d’insulina / e le ossa, le ossa, mio scheletro / carcassa e impalcatura che mi regge / e muscoli e sanguinolente vene / e fasci e cartilagini bianche / ma fra la schiena e il foglio la mia mano / che ferma e segna e segni come aste / farfalle e ali al centro della pagina / ai margini un appunto nero / come un verso che non mi riesce / ma la maestra mia è la scuola bassa / il giardino ad avena e ad erba vento / a come ape e poi facciamo il mare / o come il tempo che segna l’oggi e l’ora.” Questo delicato, struggente, bellissimo componimento della poetessa siciliana Antonella Pizzo chiude la sua ultima raccolta di liriche pubblicate.

Catasto ed altra specie è un volume che muore e che nasce in un’ellissi di tempo cosparso di personaggi e pessimismo. Vissuto dal pessimismo, almeno quanto dalle sensazioni di donne e uomini che dalla prima pagina della silloge vengono fuori per donare il loro corpo, compresi tutti gli organi e gli spasimi e il passato, ai versi della Pizzo. L’autrice sicula, dopo aver dato alle stampe anche un romanzo e diversi altri lavori poetici, entra direttamente in contatto con gli archivi pubblici e segreti che fanno materia e immagini con calma messe nelle postazione privilegiate delle creature vergate d’inchiostro. Questo nuovo testo pubblicato per una casa editrice emiliana propone una Pizzo attenta ad esprimere il suo sguardo, il suo amore immenso e doloroso verso qualcosa che è dietro le colonne degli anni e in mezzo alle strade del dopo. I ricordi diventano quasi cifra stilistica, in quest’occasione. Come la riflessione poetica sul presente e sullo stesso vivere con un groppo in gola.

La schiena e il foglio terminano e fanno ricominciare un’esposizione che potrebbe addirittura risultare monotematica, quasi pure monotona, ma Antonella Pizzo è poetessa dalla quale non si può essere delusi. E, subito, ci s’accorge che la cadenza dei componimenti serve per fare entrare chi legge nella linea appagante e “problematica” dell’assorbimento, smembrato dalla fatica e dalla noia. Proprio per questo motivo, gli elementi terrestri e celesti ascoltati e dettati dalla Pizzo hanno mille variazioni di note. Gli elementi sono, addirittura, linguaggio. E, per estrema chiarezza, sono quelle farfalle, il mare. L’erba, e tutti i doni della natura, pure. Anche le stesse viscere dell’autrice. L’anima che è, soprattutto, ossa – sangue muscoli; non un concetto puramente astratto o lanciato nel margine ampio della disperazione o ossessione religiosa.

Intorno alle parole d’Antonella Pizzo un cerchio immenso s’allarga. Il pessimismo è all’interno di questo luogo perché deve starne assolutamente fuori. E fuori sta andando. Il mondo accoglie e lima, modifica.      

NUNZIO FESTA

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