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tempesta

Ci sono assenze, strane assenze, che non lasciano vuoto ma che sono esse stesse riempimento, sono assenze che colmano, che prendono il posto di chi non c’è più, di chi è stato con noi ma che è partito, ci ha lasciati, o è stato preso, rubato, di chi vive in altri luoghi, lontani, lontano da noi; o è ancora accanto a noi ma è come se non ci fosse, si è fatto assenza e noi avvertiamo forte e concretamente la presenza di questa loro volontaria assenza, la elaboriamo, diamo ad essa una forma, la facciamo parola, rumore, racconto, canto, ritornello, che torna quindi. Ci sono persone che non ci sono più fisicamente, che hanno lasciato i loro corpi, i quali sono marciti, sono stati ridotti in polvere, in cenere, mischiati alla terra, corpi divenuti humus, terriccio fertile ma sempre presenti, che continuano a parlarci in un linguaggio muto, si fanno pensiero che modifica le nostre azioni, la nostra vita. Ci sono persone che ci sono ancora ma separati da noi da distanze incolmabili, distanze di intendi, di pensieri, di cultura, oppure presenti ma divisi da noi per distanze geografiche, fra noi e loro ci sono terre estese, catene montuose insuperabili, mari, oceani.

Lucia Drudi Demby fa una scelta difficile e coraggiosa, per certi tempi e per certa cultura, sposa, infatti, nel 1953 lo scrittore americano di colore William Demby. La loro è un’unione contrastata socialmente, problematica. La loro unione si spezza. Lui è lontano. L’America è lontana, fra lei e lui c’è il grande oceano, un immenso oceano, una distanza impercorribile, ma l’amore non conosce distanze, né le conosce il pensiero e neppure la parola, si può amare anche l’assenza della persona amata, se tutto di lei si amava, si amerà anche quella. Così Lucia scrive dell’amato, dell’assenza dell’amato, scrive dell’amore. La loro unione si è spezzata ma non si è mai spezzata, perché il filo che lega a chi si è amato non si spezza mai, s’attorciglia e soffoca, ma spesso si lancia e ritorna a noi, come una lenza, come una rete che si butta e si spera nella buona pesca, e se non si è preso nulla si rilancia in mare, si ributta, per poi tirare, per poi tornare, nei ricordi, nelle parole, nel linguaggio, nella poesia, alta, come l’oceano, come l’onda del mare che va e viene, sperando che la “partenza non neghi il ritorno”:

Perché distanza
non per sempre
sia
perché partenza
non neghi ritorno
perché separazione
solo il passo
sia
sereno di un risveglio
l’oscurità e la luce
il sempre e il mai
informe goffa cerimoniale avanzi
anima screpolata
femminea parte del mondo
inginocchiata avanzi
innamorata
dell’assenza.

Lucia Drudi Demby ha scritto il romanzo La lezione di violino e altri romanzi; traduttrice, per l’Adelphi di opere importanti della letteratura anglosassone come La mia Africa di Karen Blixen, Erewhon di Samuel Butler, La Passione di Djuna Barnes. Ha sceneggiato L’incompreso per la regia di Comencini, Un bellissimo novembre per la regia di Bolognini, La monaca di Monza e molto altro ancora. È scomparsa nel dicembre del 1995.

DA TELLUSFOLIO