Minimi esodi ad Albion road di Giovanni Turra Zan

Molto interessante e piacevole alla lettura il lavoro di Giovanni Turra Zan che attraverso una scrittura densa ma non greve,  colloquiale e piana, descrive la vita come si svolge a Londra oggi, un quotidiano che va oltre le apparenze o l’immaginazione di chi come me ha un’idea di Londra frenetica e impersonale. Qui, forniti di coordinate spazio-temporali precisi, si entra dentro la storia e  dentro l’anima di una città popolata da personaggi strani, dentro l’anima dei personaggi stessi che la abitano e la vivono, quasi in una sorta di esilio e di prigione circoscritta da “Albion road, Church street,/ Kingsland High street e Balls Pond road/con l’appendice già gonfia/ e dolente di Colvestone Crescent” da cui ogni tanto, però,  e minimamente, è possibile evadere e  straniarsi e spaesarsi come fa Croesor il pettirosso che saliva alla miniera e si faceva il bagno alle ossa piccole “Fino alla miniera d’ardesia/ salivi e ti facevi giocoliere di tre arance/sul grigio; così amorevole l’acqua alle caviglie,/ il bagno nelle ossa piccole.”

Un po’ come si fa tutti noi, che si va e si viene, che si sale e si scende per molto o per poco, che siamo tutti come il nipotino Hernst di Freud e tutti abbiamo un rocchetto in mano che tiriamo oltre la barriera del letto per poi tirarlo di nuovo a noi.

L’intera raccolta, vincitrice del premio vincitrice della prima edizione del premio “Editoria di Poesia“, Novi Ligure, 2011, edita da Constable, Londra 2011,  si può leggere on line e scaricabile liberamente nella dimora del tempo sospeso qui

Testi

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La città è la città, è una città
che è mia per le cose precise che sono di maggio.
Ma a maggio e anche a marzo spuntano le golden ladies,
crepitano i bruciori di burro, quell’odore di quando
si sta distesi sul materasso per la strada
a offrire il Big Issue che non passa

***

Al termine c’erano gli orti, i casotti
degli attrezzi, la parallela altezza dei volumi.
Ognuno isolava i suoli dal sottolago,
mai pensando a quel giorno a venire.
Si seguiva lo spasmo delle radici
come segno del ciclo dei terreni,
che si dicevano solidi, portatori
di nessun calcolo, nessuna
intenzione d’ingravido.
Attendevano in molti il traguardo
e invece si decise a fermarsi.
Si guardò attorno accogliendo le vie
più laconiche a lei tolte per far lido
alle madri, a quei mostri che legano
al suolo e ai cabli, che dicano
interissimi tutti i tradimenti.

***

Di là c’è gesso e foraggio e abboccato
declino alle mansioni coi fortissimi
uomini che spillano il luppolo alle sere.
Sapevi esserci rifugio ovunque per il male
ed è dal male dicevi che si forma
una baldoria. Ritornavi quindi a zonzo,
poi nel cab con la réclame di dentro;
pago, no grazie my friend, ho già alla porta,
ad accogliermi, una mezuzah e un toxicodendro.

***

Croesor, oh mio pettirosso, è dove hai
una casa di sassi e le limacce
consegnano in sei mesi una bolletta.
E’ la prima volta che vedi the real darkness
pare, tra gli abbracci delle felci
e la conquista della vetta punta-di-freccia.
Si sta umidi e riscaldati dai cari
pastori traboccati e dai fedeli,
che non dovrebbero lavorare
la domenica. Fino alla miniera d’ardesia
salivi e ti facevi giocoliere di tre arance
sul grigio; così amorevole l’acqua alle caviglie,
il bagno nelle ossa piccole.

***

Sulla mappa si vede in sfumature
di grigi tutta Church street e se ne
connota lo spazio come una tolleranza
per chi rifiutava la dottrina data al secolo.
Le sette e le loro case d’incontro
fioriscono e vi si dà asilo agli esuli,
alle idee di un ministero di mancanze
tra il cielo e il soldo.

***

Ecco. Noi siamo il nostro andarcene,
tra l’acusia di una sillabazione delle proroghe
e la fuga dal divelto, dai lontani insoluti
fattisi pensiero che non satura.
Stiamo a dirci del partire come promessa,
come celebrazione di un contratto che
ci provi a vita. E in fondo ci basterebbe
la rinuncia al verso, una pioggia che asciughi il varco
tra le rughe, un solo punto di misura del contorno.

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