Una punta d’incenso per amare le belle forme, l’odore sublime della rappresentazione, il soave respiro del giorno appena sorto.

La tenera e dolce comprensione che al prossimo permette di risorgere dall’oscura morsa in cui spesso si caccia, complice, la dama armata dell’avere.

In tanti tempi e in molti luoghi ci siamo perduti nel convincimento che le nostre fossero scelte vane, i cui bisogni e i cui risultati non valessero lo sforzo, finendo così per offendere il lavoro che le aveva create.

La strada custodisce il cammino, al cui giaciglio i sogni appendiamo a uno a uno, affinchè chi, giunto dopo di noi, possa profumarsi, con l’aria nuova dei nostri convincimenti antichi.

Il privilegio del vedere è dono e sintesi della nostra anima riconciliata con la natura, essenziale purità di ogni nostro pensare. Nell’arte e pare solo in quella, lo spirito partecipa all’imprevedibile congiunzione tra passato e futuro, aporetica luce che sapienza invoca a piene mani.

Il tempo della nostra riflessione non è già perduto, il tempo della nostra posizione non è ancora passato, il tempo del nostro inizio si compie incessantemente, il tempo del nostro costruire è il nostro tempo. Coraggio e fragilità sono le due parti della stessa propulsione, verità alveari della nostra discendenza di nodi e legamenti.

Di fronte a un vento che fa girare la bussola portiamo con noi l’orologio, perché ammalarsi di tempo è la più triste sventura che possa capitare quando si naviga a vele spiegate, sognando di ritrovare quel desiderio ancora appeso per strada, immutato nel suo splendore, figlio del suo e così di nuovo del nostro tempo.

Come nel mare non esistono confini, così come l’orizzonte perde la vista della sua linearità per immergersi vasto nell’armonia del suo tutto, così il ponte che attraversa il gioco molto serio dell’arte, vuole intessere prospettive multiple di domini invertiti. Chi ha invidia è solo il piccolo principe che si atteggia già da re, ma in questa nave, a comandare è la nave stessa: la nave dell’arte.

Paola Pluchino