Tratto da siciliamia

Qui verrebbe da ricordare il famoso pensiero espresso da Tancredi ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: è necessario che tutto cambi affinché tutto resti com’è. E in effetti l’unità d’Italia certamente non migliorò la situazione in Sicilia; al contrario, l’ottusa incapacità sabauda di percepire le esigenze e i problemi dell’Isola e di comprendere le stesse peculiarità della sua condizione, finì quasi per trasformare l’unità nazionale in una nuova dominazione straniera nata dall’ennesima guerra di potere consumata sulla pelle dei Siciliani. Così il popolo finì per percepire il neonato stato unitario: non come il frutto di una vera unificazione di cui sentirsi co-protagonisti, ma come il triste risultato di una ben più banale annessione di cui sentirsi vittime. Una volta venduti i latifondi e le terre delle congregazioni religiose soppresse, venne a ricostituirsi un ceto di ricchi possidenti e le speranze e le illusioni coltivate all’indomani dell’unità vennero ferite a morte dalla solita opprimente e soffocante pioggia di nuove tasse e balzelli, per di più accompagnata questa volta dalla novità assoluta della leva obbligatoria. Del resto, l’avventura risorgimentale che la Sicilia visse in questi anni dovrebbe portare a rileggere in chiave spesso critica una storia che – come sempre – anche in questo caso è stata alla fine scritta dai vincitori. E’ la storia di un re, Vittorio Emanuele II, che era appunto “secondo” solo per il Piemonte e che avrebbe quindi dovuto adottare la numerazione di “primo” per il neonato regno d’Italia, cosa che invece decise deliberatamente di non fare: non stava nascendo uno stato nuovo, ma stava più semplicemente continuando ad esistere uno stato vecchio ingranditosi con l’annessione di nuovi territori. E, a ben guardare, questa era anche la generale percezione che avevano le genti che in questi territori vivevano: la storiografia ufficiale, scritta appunto dai vincitori, vuole che il Sud fu liberato dal governo oppressivo borbonico da un Garibaldi liberatore e accolto a braccia aperte dalla popolazione; e proprio sulla base di questa accoglienza si è sempre trovata una risposta alla storica domanda: come è stato possibile che i Mille siano riusciti a sopraffare le forze di un esercito ben armato e ben organizzato come quello borbonico? In realtà, le cose non andarono esattamente così: il più grande e antico regno italico, che discendeva da quello di Federico II, non mancava di mostrare – a tratti – anche elementi di estrema modernità, sia da un punto di vista del progresso scientifico e tecnologico che da quello di politica economica, con un bilancio statale in attivo, caso unico nell’Italia preunitaria. E del resto fu lo stesso Garibaldi ad ammettere che le popolazioni meridionali avevano subìto in quell’occasione veri e propri “oltraggi” e massacri (come, per esempio, nel caso di Bronte). La mancata resistenza che incontrarono i Mille da parte delle popolazioni locali ha delle precise motivazioni storiche. Lo storico Francesco Guidetti, esperto del rapporto tra questione meridionale e garibaldini, basandosi su importanti documenti rinvenuti nell’Archivio di Stato di Trapani, ha affermato che la classe dirigente isolana, vale a dire il ceto militare siciliano e l’aristocrazia locale vennero fatti oggetto di una sistematica e scientifica opera di corruzione. L’ammiraglio Persano, infatti, assicura a Cavour che quasi tutti gli ufficiali dell’esercito delle due Sicilie sono stati corrotti: “L’ufficialità l’abbiamo quasi tutta, noi continuiamo a sbarcare armi per la rivoluzione, con la massima segretezza, dietro le spalle delle truppe napoletane.” Insomma, quasi tutta la classe dei militari (in massima parte costituita da aristocratici) e quasi tutta la nobiltà tradì dolosamente il proprio sovrano. Lo stesso Garibaldi, d’altra parte, ad un certo punto ammise: “Nonostante ho la coscienza di non aver fatto del male, oggi non rifarei la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là causata solo miseria e suscitato solo odio.”

E così, mentre il Nord progrediva attraverso il suo processo di industrializzazione, la Sicilia continuava ad essere dominata dal latifondismo e da gravissime carenze nelle vie di comunicazione: e questo nonostante il 28 aprile 1863 fosse stato comunque inaugurato il primo tratto ferroviario siciliano tra Palermo e Bagherìa di 13,337 km. Nel 1892 il malcontento condusse alla nascita dei Fasci dei Lavoratori, le cui manifestazioni furono violentemente represse da Crispi (divenuto nel frattempo capo del Governo). Intanto diveniva endemico il fenomeno del brigantaggio: leggi eccezionali e grettamente autoritarie e liberticide come la famosa legge Pica del 15 agosto 1863 poco o nulla riuscirono ad ottenere, visto che erano frutto esclusivamente della ottusa illusione di poter risolvere i problemi agendo solo sui sintomi e non sulle cause sociali ed economiche di cui quei sintomi erano semplicemente il risultato finale.