Dopo la morte di mia figlia Martina, avvenuta a causa di un incidente stradale nel febbraio del 2001 (e quindi dieci anni fa, ed è questa la ragione di questi miei post, in modo come un altro per ricordarla, per ricordare le numerose vittime della strada, affinchè qualcosa si faccia per fermare la strage)  ho inviato la sua foto e la mia testimonianza all’Associazione Vittime della Strada, affinchè fossero inserite in uno degli opuscoli  della memoria, testimonianza viva del fenomeno.

Scrive sul sito dell’associazione il primo presidente in merito alla necessità di questi opuscoli:

“Nelle intenzioni di chi le ha volute – dei pochi che hanno avuto il coraggio di affondare le mani al centro del loro dolore per trarne una storia e una foto – queste pagine devono essere insieme memoria e monito. Dopo avere raccontato la mia vicenda, come altri, in un libro, io non ho avuto quel coraggio; ed anche ho temuto che l’esiguo numero di storie potesse trarre ín inganno sulle reali dimensioni del fiume di sangue e di lagrime che attraversa l’Italia, o sulla capacità della nostra dolente struttura di incanalarlo a fini di vita. Chi ha curato le pagine mi dice che ce ne saranno altre; forse allora quelle dimensioni appariranno più chiare, forse anche io sarò di nuovo pronta. Ma intanto voi che dall’altra parte aprite queste pagine col rispetto dovuto a chi ha perso tutto, spiegateci come potete accettare che quel fiume continui a scorrere e crescere ogni giorno.” (Marcella Castellini – primo presidente dell’associazione)

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La mia testimonianza apparve nel quarto opuscolo, oggi gli opuscoli sono diventati dodici, questo fa male perchè significa che i morti sono davvero tanti.

Stralci di testimonianze dei familiari delle vittime della strada che ho deciso di inserire in quattro post in memoria , che usciranno a partire da domani uno al giorno, sono tratte da questi opuscoli; raccontano le storie vere di Vania,  Manuel, Tommaso, Athanasios e saranno  accompagnate da alcuni  versi, ispirati dalle suddette testimonianze  di Maria Grazia Calandrone. I versi, a loro volta, sono tratti dal trittico Ministero della realtà teatro di sinistri mortali. Negli opuscoli di sangue e di materia cerebrale (in senso proprio di materia grigia e sangue  che imbrattano l’asfalto) su cui lavorare purtroppo se ne trova tanta, anzi troppa.

Mi sono imbattuta in questi versi casualmente. Accadde nel 2004 in occasione della mia partecipazione al Premio Turoldo.  Prima mi fece  strano riconoscere  nel testo di Maria Grazia Calandrone, con il quale anche lei partecipava al Premio Turoldo 2004 alcune frasi che avevo letto negli  opuscoli della memoria, fra le quali una brevissima scritta da me. In seguito lo strano si trasformò  “piacere” (fra virgolette, non si può trovare nessun piacere nel vivere queste tragedie, ma non trovo un termine diverso). Un “piacere” maggiore ho provato quando l’autrice mi ha donato il Nono quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007) contenente il testo e  l’indicazione che le frasi in corsivo erano state tratte dagli opuscoli delle Vittime della strada, (ne feci espressa preghiera, che la Calandrone cortesemente esaudì).

Poichè Maria Grazia Calandrone è un poeta affermato spero che ai familiari delle vittime della strada la cosa possa far  “piacere“, così come lo fece anche a me, perchè i morti passano e le poesie restano.

Chi si ricorderà di mia figlia fra 100 anni? Nessuno; è probabile, invece, che la poesia della Calandrone resterà. Della testimonianza scritta malamente da un familiare addolorato nessuno si ricorderà, di un dolore non provato sulla propria pelle ma empaticamente elaborato in forma di buona poesia di certo il mondo si ricorderà e ne riconoscerà la portata. Questa è la forza della poesia,  testimoniare, raccontare, rappresentare, tenere vivo il ricordo,   quel ricordo che se espresso male è destinato a perdersi nel nulla. Per questo sono grata ai poeti.