Ma bisogna che il discorso si faccia!

Bologna. Il 25 febbraio, la compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa ha presentato all’Arena del sole lo spettacolo “Ma bisogna che il discorso si faccia!”, da L’Innominabile di Samuel Beckett, in un allestimento che le è valso il Premio della Critica teatrale 2009.
Si apre il sipario e l’uomo si svela. cinque attori in tenuta fluo occupano la scena, sono crocefissi, ognuno alla sua personalissima passione sghemba; indossano delle maschere, come di cera squagliata direttamente sui volti. L’ incipit è tagliente, di una lama che trafigge la foggia altisonante dei presenti. Tra il pubblico critici, docenti, giornalisti, studenti, curiosi infiocchettati.

Ha inizio il polittico della coscienza, vischioso, crudele e leale. L’uomo si frammenta e parla con l’altro da sé; dalla mimica tonale ai virtuosismi del senso, s’apprende l’eco di Bene.

In meno di un quarto d’ora, l’Arena del Sole pare abbia mutato le vesti, facendo adesso bella mostra delle sue viscere.

Dallo Zenit al Nadir, dalle fronde alle radici, quest’albero della vita che è frutto e seme a un tempo,comprime ed estende i pensieri del singolo, collega anime, induce riflessioni evanescenti parimenti sedimentandone altre eterne, dal terreno dell’Es con furore. Le cadavre exquis lega i mutamenti con corde del divenire, inerpica giochi di doppi e menage a trois e orge dialettiche.

Non si può nominare l’indicibile, non si può spiegare il nulla, l’immobilità è la morte; questo teatro,esso stesso artefice e giudice, può dirsi solo nel suo divenire, non nell’essere.
Eppure questa compagnia, ha trovato un vuoto sostanziale, una piega temporale in cui passato e futuro si mischiano in cui l’anima riflettendo su se stessa si vede e melanconicamente si compiange.
La linea nera che separa l’uomo dall’uomo, è quella che dolorosamente ne consente l’incontro, in una catarsi, nell’immagine cristallo dell’eternità. Maschere dell’essere-nel-mondo che si dimenano, serpeggiando tra il telos dell’intesa, proiettrice dell’alea plumbea della finitezza, della parzialità, dell’ambigua conoscenza dei talari. In quella linea nera, che è punto, e solco e superficie, pare possano dire io sono, esisto.
Ma l’uroburo riconduce all’inizio, non c’è musica nel vuoto, non di meno, non c’è più nemmeno luce. Persi chronos e kairos chi è Io dunque? Il piedistallo del mondo.

Come ascoltare Dio e il demonio, nelle vesti di una contraddizione possibile solo nell’arcano dell’onirico.

L’attore è stato solo lo strumento che ha vibrato per gli spettatori tutti, trapassandolo con le parole ne ha divelti i codici del linguaggio, dell’arte, della coscienza e della musica, per giungere alla comprensione difficile che a volte ciò che non può esser detto deve esser taciuto.

Sed omnia.

Paola Pluchino