Alessandra Pigliaru presenta Prima vita, di Stefania Crozzoletti

L’autrice non si propone mai come portavoce di nessuno, sa bene che i percorsi sono individuali e, per una umiltà che deriva forse dalla propria insicurezza, fugge da ogni ruolo che non sia quello di rappresentare sé stessa. Ma proprio in questa umiltà, in questa insicurezza la sua scrittura acquista un ruolo più grande del semplice “raccontar-si” e passa al “raccontare” il punto di vista di chi in sé non ha ancora trovato una voce adatta. È una ricerca di compagni di viaggio (“C’è qualcuno come me / là fuori?”); è accettazione dei propri limiti umani (“Devo smettere di volere / le vite belle degli altri”) o, in modo forse ancora più coraggioso, di donna (“La capacità di sovrapporre i ruoli / propria del mondo femminile / in me diventa /… / praticamente una tomba”).
(dalla Prefazione di Francesco Tomada)

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La poesia che scrive la Crozzoletti occupa questo spazio, tra ciò che lei è per necessità (madre, moglie, lavoratrice) e ciò che avrebbe potuto essere (punk, ladra, intellettuale). Nessuna delle due dimensione è praticabile senza dolore; per fortuna che nel loro punto di contatto si apre appunto una crepa, un lasco – come nei pedali delle vecchie biciclette – dove il tempo smette di avanzare e tutto può essere ripensato, detto come se fosse per la prima volta. La prima vita è la poesia nata sotto il peso della solita vita e della vita non praticata, è la poesia in quanto pratica insolita dello slancio vitale.

[dalla nota di Stefano Guglielmin]

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Aderire pienamente a sé stessi e non uniformare, non essere “un tanto al chilo”, immagino ci ponga agli occhi degli altri come ribelli. Pensiamo solo alle mediazioni totali e false che ogni giorno mettiamo in atto nei rapporti d’ufficio. Chi ha il coraggio di essere sé stesso fino in fondo è elemento di disturbo, soprattutto verso sé stesso, verso quei paletti che noi stessi poniamo per la strada e che richiedono davvero uno sforzo maggiore nel percorso. Come abbattere oltre al già esistente percorso impervio, anche i nostri stessi paletti? Con un sorriso. Attenzione: non è un libro umoristico, non è la raccolta di barzellette di un calciatore.  Per sorriso intendo la capacità di riuscire a sbaragliare il problema senza l’uso delle armi, senza battaglie immani e rigetti di bile, senza rabbia che danneggia prima di tutto noi stessi, ma con la sola capacità di stare immobile e rendere un sorriso, una colata di ironia simile al cemento: gesto inaspettato, massimo affronto e denigrazione ma soprattutto confidenza totale in sé stessi e  -perché no?- anche assoluzione di sé stessi

[dalla nota di Fabiano Alborghetti]

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PRIMA VITA

D’accordo mi arrendo:
accetto di vivere
la prima esistenza che viene

proseguo stonata
con l’inutile forza che mi contraddistingue
gratto i muri tanto per fare

meglio che essere
assolutamente contemplativa

guardo le stelle
e non trovo significati

guai ad essere
beatamente infelici

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