In questa lanca paludosa – di giorni e gridi improvvisi calati
dal buio, dissacrati – si moltiplicano i segni d’un girotondo
di mortammazzati e cherubini dissociati. I cavalieri del bon ton
sorseggiano il soave licor delle cloache e scudisciano dame
con rami di rovere e calve melanconie da sussidiario o breviario
risistemate in nuove vesti dell’ego. L’eco dei sermoni scava tombe
per gestori di opifici e scale mobili e la viabilità ordinaria esala
afrori d’orina e menta selvatica – in piazza migliaia di senza lavoro,
di senza casa, di senza dignità, implorano la pioggia acida e un vaso
di crema di asparagi –, dalle radio giungono suoni di festa e fiere
di parole, i colori vomitati nel vuoto si dispongono in astratte
sequenze, in frammenti di architempi e volute di diossina flambè.
Un volto giace separato dal corpo nel silenzio attorto delle dita
e dallo sguardo spento cadono a terra biberon e latte e polvere…
due gambe d’uomo fatto sorvegliano fiere il quartiere in fiamme
contando i giorni che le separano una dall’altra. La saldezza
del milite e le dicerie dell’uomo della strada mostrano al mondo
come l’uscir di pena non sia affatto un guado, ma un traversar
la strada sfidando lo sguardo amoroso dell’assassino. L’odio
intrappola nell’odiato e si finisce per esser sepolti da una risata
di donna che non sa di avere il potere di vita o di morte – o troppo
lo sa ed infierisce sul volto senza corpo –. Le nenie degli assassini,
i mea culpa sparati a raffica su crani allineati, le benedizioni di massa,
la bontà in filodiffusione e le sventagliate di buoni propositi donano
al mondo pace piuttosto eterna e serbatoi di cherosene in assetto
di pace combattuta. E chi non sa mostra gli alamari, sorride e spara.

Enrico Cerquiglini