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La copertina della seconda edizione di 'Antologia per una strage'

La copertina della seconda edizione di ‘Antologia per una strage’

Stazione di Bologna, sala d’attesa, 2 agosto 1980, ore 10.25. “Quel mattino moriva forse definitivamente il sogno lungamente accarezzato dalla nostra generazione di realizzare una democrazia veramente matura, in cui la forza della massa non sopprimesse la personalità e la necessità del singolo, ma, al contrario, li aiutasse a risolversi”. Sono le parole che lo scrittore e giornalista ferrarese Gian Pietro Testa scrive nella prefazione alla seconda edizione di ‘Antologia per una strage’ (Minerva, Bologna, 2005). Sono passati venticinque anni dall’eccidio della stazione di Bologna e l’“Associazione familiari delle vittime del due agosto” ha voluto ridare alle stampe la silloge che l’allora inviato de L’Unità scrisse sotto la feroce dettatura delle impressioni, suscitate in lui dopo che si era trovato in mezzo alle macerie, appena un’ora dopo l’esplosione. La raccolta, che mutua il titolo dall’‘Antologia di Spoon river’ di Edgar Lee Masters, comprende 84 poesie, per 85 vittime. Manca all’appello della morgue Angelo Priore, deceduto mentre la prima edizione del volume era già in stampa, nell’ottobre 1980 (proprio a Priore l’autore ha voluto dedicare la prima edizione del libro). Ogni poesia reca per titolo un numero. Da 1 a 84. Come le bare che il giornalista vedeva portare via dal piazzale della stazione dentro legni senza nome: “e andando ci dissero:/ ‘voi non c’entrate,/ la ragione è suprema’”, recita la poesia, o la bara, numero 10.

“Raccontare quello che successe nella forma del giornalismo sarebbe stato come scrivere sull’acqua – racconta l’autore -. Scelsi quindi la forma della poesia, affinché l’emozione del momento venisse fissata su carta e non morisse il giorno dopo come un articolo di giornale. Dopo venticinque anni la mia speranza è che l’impatto emotivo possa essere ravvicinato a quello di allora, quando si è aperta una ferita che i risvolti politici storici e giudiziari non sono riusciti a rimarginare”.

È sufficiente sfogliare le pagine e citare alcuni versi, senza scrivere altro “che muoia il giorno dopo come un articolo di giornale”, per rendere l’impatto emotivo che affiora ancora dopo venticinque anni. “Non cercarmi più/ tra quelle macerie, papà,/ dì, piuttosto, a Luigi/ di pensare al nostro Alessandro,/ che è troppo piccolo/ e deve crescere/ e io lo voglio sano e giusto” (n. 7); “Voglio dirti, figlio,/ che ti porto in grembo/ e sei morto/ prima d’essere nato/ per colpa della mia morte/ e un nome non hai/ e ti conosco adesso” (n. 14); “E c’è ancora,/ nel nostro paese,/ la pena di morte” (n. 36); “Aveva colto un fiore,/ ricordo,/ e posato l’aveva/ sul mio seno./ Dov’è adesso/ il mio fiore?” (n. 43); “E pensai voglio una speranza/ una soltanto/ e che ‘attesa non sia solo ricordo,/ almeno fino a domani,/ fino a domani.” (n. 64); fino all’ultima, la n.84, dedicata a Maria Fresu, la vittima della quale non fu trovato nemmeno il corpo, letteralmente polverizzato dall’esplosione: “Non sono scomparsa/ […] sono diventata coscienza/ che non si può toccare”.

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