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Teatri e teatranti, mani che gesticolano in versi.
Il ratto delle sabine a Catania, tra tradizione e sperimentazione.

Catania 26/05/09. Al teatro Tezzano si è appena conclusa la tre giorni in cartellone de “Il ratto delle sabine”, commedia in tre atti di Franz e Paul von Schönthan, diretta del regista Aldo Mangiù sotto la supervisione del direttore artistico Enzo Sasso.
Uno sposalizio lodevole quello tra questi due artisti che ha coinvolto il pubblico in sala mettendo in scena la storia del professor Molmenti, uomo di lettere con un sogno nel cassetto: far rivivere gli scritti di Tito Livio in cui si narrava il furto (il ratto appunto) delle donne del vicino popolo Sabino a opera dei romani (Romolo imperatore invitò con l’inganno tutta la popolazione dei Sabini a uno spettacolo e poi ne fece rapire le mogli con lo scopo di rimpinguare le città romane di nuove generazioni). Ma non solo questo.
Dono del cielo, la tranquilla vita di paese di questo professore viene sconvolta dall’arrivo di una compagnia di attori girovaghi (i tromboni). Il capocomico Trombone va a casa del professore con l’intento di fargli prenotare dei posti a teatro. Questo è il punctum; il terreno in comune da cui parte la narrazione. Il teatro che scopre il teatro.
Forte della passione comune il professore confessa a Trombone d’aver scritto una tragedia e vorrebbe che lui la mettesse in scena. Affida quindi il copione (e il segreto della sua stesura) a questo scapestrato Chaplin, che pesandolo (letteralmente, lo pesa) comprendendone quindi, a suo modo, lo “spessore”, dà infine il suo supporto alla messa in opera di questa tragedia. Ma l’entusiasmo iniziale del professore che vede finalmente l’onirico trasformato in materia durerà poco. Man mano che la narrazione procede si comprende, infatti, la limitatezza della cultura del comico (Trombone: “ Non possiamo eliminare la schiava Tullia?” / Molmenti: “Ma come! È la causa di tutta la tragedia”), l’approssimazione che contraddistingue il suo lavoro ( Trombone: “Ma non possiamo chiamarlo Gaetano? Turzio Tarzio, Curzio Marzio”), l’incomprensione reciproca sui grandi sistemi valoriali ( la storia, la lettura dei classici, il galateo dell’ospite). La pazienza del professore è grande.
Come se parlassero lingue diverse i due attori inscenano momenti esilaranti scambiandosi opinioni (doxa) che sfiorano il teatro dell’assurdo di Bertolt Brecht (paradoxa). Bravi gli attori che s’inseriscono nel telos della scena: la cameriera sensibile e un po’ arrivista ma di fondo buona, la mamma posata e dura, colonna portante della famiglia, la moglie curiosa, gelosa ed espressiva, la giovane pura ma non per questo ingenua che porta freschezza e sorrisi, il fidanzato che decide di mettersi la testa a posto abbandonando la vita del teatrante girovago, timido ma sincero nei sentimenti, l’uomo dai saggi consigli e degli escamotage falliti (solo per poco terrà in tasca quelle mille lire che gli arrivano per vie traverse) , il raffinato cammeo del medico amico di famiglia che perde la testa parlando con l’inetto capocomico Trombone, ma anche la piccola particina di colui che entra all’inizio della narrazione merita plauso.
Una commedia in movimento che s’alimenta dell’umiltà e dell’impegno dei suoi protagonisti, non senza sbavature, come detta d’altronde lo statuto del teatro dilettantistico, ma comunque chiara nel suo compiersi, ben orchestrata nel ritmo, profonda nelle riflessioni che provoca. Quelle del teatro come desiderio trasversale, che taglia tutti gli strati sociali, (dalla cameriera che desidera esser spettatrice al professore che desidera esserne l’autore, cucendo reti d’indagine antropologica condita d’ironia e sarcasmo), quello della serietà del lavoro dell’arte che ha bisogno tanto dell’estro quanto della preparazione, quello dell’amore semplice che, nuovo, dà gioia, che navigato dà calore, antico, coraggio.
Un tableau vivant che impressiona sì la piccola vita di paese, lenta nel suo scorrere, ma che riesce a trasporre lo spaccato borghese nel macro gioco dei poteri, dell’interdipendenza dell’uomo dall’uomo e dal suo prossimo, del leit motiv dell’amore, della veemenza nella persecuzione di un obiettivo, della bontà e della solidarietà familiare, dei saggi consigli, delle incerte decisioni. Come l’arguzia e la lucidità che alimentò gli scritti di Verga prima e di Pirandello poi (senza per questo dimenticare Capuana e De Roberto) anche qui s’istradano i motivi del saggio con quelli dello sciocco, l’attesa con l’impazienza, l’ironia con la smorfia, la sconfitta con la bramosia di status. E questo traspare sottilmente tra le piaghe dello scandire, nella postura degli attori, dai toni, dal loro dimenarsi contro una condizione sociale data. Se abbia ragione il professor Molmenti nel non voler vedere scempiata la storia di Roma o il capocomico Trombone ( comico – capocomico – serio – semiserio) che d’inverso vorrebbe avvicinare la storia al pubblico semplificandola (probabilmente perché lui stesso non la comprende) è una scelta che viene lasciata al pubblico, in una sorta di vena partecipativa che tutti potenzialmente possiamo cogliere, in cui chiunque può rivedersi: nell’uno o nell’altra, nel palco o nel detto, nell’ascolto, nell’occhio o nel sentire, nelle luci o nel sipario che si chiude. Grande è la potenza che emana il corpo vivo che si muove sulla tela, che tesse trame spesso celate ai più, disvelandole grazie al gioco del dialetto che avvicina il senso dell’opera al significato che essa assume nella realtà contingente.
Il teatro impone una riflessione e quando t’incontra, come l’arte tutta, ti domanderà una reazione.

Paola Pluchino