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Kubrick lancia sulla scena il suo Arancia meccanica nel 1971 , periodo tout court di sperimentazione, cinematografica sicuramente,ma anche fotografica (basti pensare a Helmut Newton, o a Ritts) e soprattutto sociale che abbraccia il mondo intero. Le rivoluzioni del ‘68 sono ancora “in caldo”, i movimenti studenteschi premono per aver uno spazio sullo scenario internazionale, le voci degli artisti sono sublimate sotto l’egida della libertà d’espressione, dell’estetica pura. Potremmo dire, in un certo senso, che gli autori sono “protetti” dal pubblico laddove espongano un parere personale. Kubrick nasce come un fotografo. Il sincretismo espositivo di cui solo lui è capace a livelli tanto eccellenti da apparire ai più deviati, nascondono, nella realtà intangibile, ben altri risvolti: non un modello a cui aderire,una forma a cui ancorarsi, bensì degli scatti che si lasciano contemplare, lasciando al pubblico il (giusto) compito di trovarne il senso e, conseguentemente, il significato. Essi sono lì e si mostrano allo spettatore in tutta la loro veemenza espressiva, narcisistici, retorici, cinici ma, senza nessuna volontà congetturale alle spalle. In altre parole, nè ammoniscono, nè aderiscono a nessun “mondo deviato”, semmai dissacrano super partes. Per contro Martin Scorsese implode con The departed nel 2006, producendo in America, madre e terra della mediocrità (ma questo è un mio personalissimo parere, comunque non assoluto). Nel frattempo sono passati trent’anni, il fordismo, il taylorismo, il positivismo, sono ben radicati e accettati in una società sempre più alienata, mentre il Mc donald si occupa di uniformare i gusti. Il terreno di sperimentazione cinematografica (e culturale) si appiattisce inesorabilmente. Si dipingono leit motiv facilmente comprensibili, lasciando il coraggio di dire dietro l’uscio. Si alimentano curiosità morbose. Tessendo trame labili, Scorsese, porta in scena una gangster story quanto mai prevedibile (che cos’è il bene? Qual è il suo lasso discrezionale? Quanto assumere altre identità gioca nello spersonificare il singolo?) che annoia fino alla fine. Ecco, credo che questo succeda quando il regista si lascia ammaliare eccessivamente dalla vox populi, nella fattispecie, da quella volontà di vedere al cinema una “proiezione” del Se che non può essere, sia esso il ricco, il Casanova, o lo sbirro tosto di turno. “Dare in pasto” si dice in gergo, vendere la propria arte svilendola di senso e imboccandone il significato. Se è di devianza dei registi che stiamo parlando, trovo molto più folle il gesto di Scorsese che dipinge alla Basquiat archetipi improbabili, che non la depravazione fine a se stessa (l’arte per amore dell’arte diceva Wilde) del genio di Kubrick. Se dovessimo parlare di cinema dovrei scrivere un poema e dato che sono già abbastanza prolissa mi limiterò a dire che esso è uno strumento persuasivo d’impatto devastante ma che, endemicamente è pedagogico. Ecco, io non riesco a trovare insegnamenti in The departed, se non quello di spendere meglio il mio denaro la prossima volta che andrò al cinema, centinaia invece in Arancia meccanica, dai ritratti psicologici che ne traccia alla scenografia, dalle luci ai dialoghi, dalle colonne sonore all’armonia espositiva. Se è di pubblico che stiamo parlando invece, l’unica cosa che trovo deviante e terribilmente umiliante è che ci sia qualcuno che copi, senza trasposizione alcuna, le personalità che vede al cinema, che faccia in altre parole della maschera un Se. Deviarsi per mano esterna è perdersi in un labirinto che non hai tracciato, come impossessarsi di una serratura senza averne la chiave che la apre. Imparare a reinterpretare i fatti è questo l’obiettivo a cui si dovrebbe aspirare, in un gioco critico di interpolazione di sensi, propri e osservati all’esterno. Ma questo richiede impegno, attenzione (da parte di chi osserva) e coraggio e lucidità (da parte di chi fa). Solo la cultura, quella vera costellazione di genialità che non si lascia assoggettare dal gioco delle parti potrà salvarci. Se, viceversa, il pubblico continuerà ad abbrutirsi con filmetti da due soldi come “Scusa ma ti chiamo amore” o “Natale a Rio”, allora scadremo nell’inettitudine e saremo tutti dei Vinti.

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