“Stanze del viaggiatore virale” di Giovanni Turra Zan, L’arcolaio, Forlì 2008

Un viaggiatore provato a tutto che osserva e racconta ciò che lo circonda: pendolari, autostrade, treni, lettere di commiato, barriere, artrosi, telefoni, cedole, dazio. Non viaggia in prima classe, piuttosto in un treno carico di malati, forse di già morti, un treno cupo e polveroso, dove la luce è innaturale, proviene da grandi schermi, da trailer, da videofonini, da parole spente e morte perché abusate, che non saziano, vuote. Le donne sono arrese e gli uomini documentati, la strada è trincea, fuori gas, polvere e asma, fuori sparano. E dentro? Se Giovanni Turra Zan è poeta di questo secolo, se i poeti raccontano i secoli, questo tempo che ha rappresentato non è certo un bel tempo. Un secolo infetto, il viaggiatore è virale, un infetto fra gli infetti. Solo il sole ogni tanto si fa parola, e la mano scrive ma le stanze, immagino intese come stanze poetiche, sono perdute e l’uomo è prigioniero del proprio male. Il viaggiatore poeta sembra però poco coinvolto emotivamente, non ha certo preso le distanze ma è come si limitasse a prenderne atto, è virale, l’organismo non può nulla contro il virus, il virus deve fare il proprio percorso fino alla guarigione spontanea dell’individuo che suo malgrado lo ospita o fino alla fine dello stesso. Forse rassegnato al proprio destino. I versi sono asciutti, misurati, nella prima parte, nella seconda (contagi), fino alla parte che precede l’ultima, che è inaspettata. Turra Zan racconta della madre e della nascita. Ed è per me che leggo un capovolgimento totale, qui i versi sono forti e potenti, vi si legge tutta la potenza delle madri, della genitrice, la potenza della vita, la speranza della guarigione. Mater vaga, antica e moderna, freccia di balestra antica ma esatta, mai stanca, forte, guerriera, che colpisce d’ascia. Salda nel vento, che comanda l’esercito di delusioni, madre che cova come chioccia i pulcini, madre tenera ma che usa lettere come vanghe. Un senso di madre primitiva, ancestrale, una madre che nutre e salva. Il Sole è suo padre, la Luna è sua madre, il Vento l’ha portata nel suo grembo, la Terra è la sua nutrice. (dalle Tavole di smeraldo)
Chi potrà avere paura del virus, di questo secolo, dei secoli a venire quando ci sono madri come Maria?

maria conta i dagherrotipi
d’isole esposte ai venti, e illumina
l’impasto d’uomo reso infante
con linee rette di azzurro d’occhi
e
se in amore non piange mai di fuori
le acque reflue del petto che smotta,
s’alza, e come il bandoneòn incalza
nel giorno che si sfrangia
sugli angoli, su danze di spigoli fatti,
su ali di vuoto e canti. maria va
e nell’andare si accende. si blocca
e desidera mani a sfiorarle i fianchi
della casa. non sa se sfilerà la maglia
che la tiene; è sarta di sé, guerriera
che colpisce d’ascia, e sa di giardino
la sua pelle quando la lingua mesce.

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