Questo post prosegue il gioco di rimandi per favole tra Antonella PizzoErminia Daeder e me. Anch’io conosco una favola. La favola di una bimba piccolissima. Si chiamava Mar di Celestina.

Alivento

Mar di Celestina di Alivento

Era una bimba alta un metro e un quadretto. Di cioccolato. Un faccino da pulcino, un fiocco rosa in testa, tra i ricci di marzapane. Più che una bimba sembrava una bambolina da tenere sul comò, per guardarla ogni tanto, pettinarle il capelli, prenderla in braccio e sciogliersi di tenerezza. Quando abbracciava metteva le braccia paffute attorno al collo. Rosea. Ti carezzava il viso con mani minuscole carezzevoli di neve. La pelle un petalo di gelsomino. Aveva un vestito color di melanzana, che le stava d’incanto, s’apriva a ventaglio sotto il petto svasando onde morbide di trine fino all’orlo e tra i merletti sbucavano due gambette buffe da mangiarsele di baci.

Oltre che bella Mar di Celestina era anche brava, giocava volentieri e le piaceva giocare con tutti, inventava giochi nuovi, così nuovi che scrocchiavano di nuovo come scarpe nuove, la carta regalo da scartare, un falda di finocchio. I bimbi giocavano volentieri con lei. Erano felici anche solo di starle vicino. E lei inventava ogni giorno un gioco nuovo: la piuma chiocciola, il bruco bolla, la nuvola pecora, il pino martino erano solo alcune delle sue fantastiche invenzioni. Instancabile ed entusiasta desiderava che tutti andassero d’accordo e giocassero con rispetto delle cose, delle persone, dei fiori, degli animali e delle regole del gioco.

Quando Mar di Celestina e suoi amici giocavano le risa dei bimbi echeggiavano per le strade del paese e il paese sorrideva, ma non è che si vedesse proprio un sorriso, è che tutto sembrava bello e pulito come un giorno di vento leggero, come primavera, come un respiro che allarga i polmoni, come il sereno che arriva dopo la pioggia.

Poi pian piano le cose cambiarono. I bimbi si stancarono delle invenzioni di Mar di Celestina, forse volevano tornare ai vecchi giochi, forse volevano inventarne loro di nuovi, fatto sta che l’invidia aveva avvelenato i loro cuori, avevano perduto anche la voglia di giocare.

La piuma chiocciola appassì, il bruco bolla seccò, il pino si fece panchetta, la nuvola belando svaporò. I compagni di gioco si rinchiusero nelle loro case, si annoiavano, ma non riuscivano più neanche a giocare, quando ci provavano si finiva sempre per litigare. Senza i bambini che ridevano e scherzavano per le strade, il paese si fece grigio e triste. Il sole dall’alto vide tutto questo e si rabbuiò. Ed appena il sole si oscurò scese sul paese un buio nero, un buio così pesto che non si vedeva ad un palmo dal proprio naso.

Matrona Confusione appollaiata da secoli sulla poltrona vedendo che Buio Pesto aveva invaso ogni spazio alzò le ali e le scrollò: “Ora” disse “ è il mio turno. Scendo e regno”.

Buio e Confusione si insediarono nel paese. Sporchi, grassi e gradassi, lo misero a sacco e pasticcio.

Anche gli adulti ormai non sapevano più che fare, quando pescavano non sapevano che pesci pigliare, quando uscivano si scontravano, lavorando friggevano l’aria, ognuno correva di qua e di là senza conclusione. Tra loro non riuscivano più neanche a parlare, per comunicare gridavano sempre, aumentando la confusione.

Ogni porta di casa al paese si chiuse, ogni buco finestra s’intasò, ogni pertugio apertura si serrò. La stretta di chiusura aumentò a dismisura.

In questo caos intricato Buio la faceva da padrone, mangiò e mangiò e s’ingrassò fino a debordare verso i prati, i boschi, i campi, il fiume, alla fine colmò tutta la valle.

Una tragedia. Anche le piante ed i fiori morirono. E Mar di Celestina, chiusa in casa a piangere su questa rovina, divenne così triste che si mise a scrivere poesie.

Ne scriveva di tutti i colori: gialle, rosse, azzurre, le soffiava nel vuoto come bolle, le teneva sospese a mezz’aria, le mischiava tra loro e dipingeva la parete del muro.

Scrivendo poesie non pensava, e non pensava di scrivere poesie, ma scrivendo le lacrime seccarono e la tristezza si fece compassione.

In questa confusione almeno una persona era felice. Lei. L’ineffabile Strega Gallina sguazzava nera nella melma nera di una pozzanghera nera in cortile. Sbatteva le ali senza volare, solo goffi balzi dalla pozzanghera alla staccionata del cancello di casa Celestina. E starnazzava ovviamente, perché così facendo credeva di dominare la confusione. Con la testa piegata, tendendo l’occhio destro, spiava dalla finestra Mar di Celestina per scoprire cosa stesse scrivendo, ma Mar di Celestina, almeno questo, a qualunque prezzo non l’avrebbe permesso. E nascondeva le poesie strette strette in uno spazio bugigattolo segreto. La Strega Gallina allora girava la testa dall’altro lato, piegava il collo, guardava con l’occhio fisso sinistro e poi saltava.

Questo stato di cose non poteva durare, ne andava della sopravvivenza del paese, se ne rese conto anche il conte Abelardo Picansasso dal suo castello in cima alla collina. Stanco di brancolare, il conte decise d’intervenire, mandò al paese la pattuglia speciale dei Succhiabuio, istruiti a dovere affinché, usando le torce elettriche, non guardassero in faccia nessuno.

I Succhiabuio si misero all’opera e con macchine, raspe, spazzole e ramazze ripulirono ogni incavo e angolino.

Al paese tornò a splendere un sole blando, lontano, tiepidino, ma, anche se poco, ai paesani, dopo anni d’oscurità, già bastava. I compagni di gioco di Mar di Celestina uscirono fuori con la bocca spalancata, affamati di luce e di giochi. Ridevano, correvano, tornarono a giocare, ma ben presto s’accorsero che Mar di Celestina non era tra loro. Preoccupati andarono a cercarla.

Arrivarono alla sua casa e bussarono, ma nessuno rispondeva. Bussarono ancora. Silenzio. Poi sentirono che qualcuno a passi lenti s’avvicinava, la porta s’aprì, nel riquadro dello stipite comparvero due vecchietti curvi e stanchi. Erano i signori Celestina, i genitori di Mar di Celestina, invecchiati di cent’anni. Dissero ai ragazzi: “Ci dispiace, non sappiamo dove sia andata la nostra bambina” Raccontarono solo che scriveva e scriveva e ad un certo punto non l’avevano più vista. Era sparita come inghiottita dal buio.

I ragazzi la cercarono in ogni angolo della casa, del giardino, del paese ma niente, nessuna traccia di Mar di Celestina.

Loro non sapevano che Mar di Celestina s’era nascosta nel bugigattolo. Aveva chiuso la porta e s’era addormentata. Tra le braccia un fascio di fogli. Sui fogli tutte le poesie.

Quando finalmente capirono genitori ed amici corsero al nascondiglio e dietro la porta chiamarono a gran voce: “Mar di Celestina apri! Esci! E’ tutto finito, vieni fuori” Ma dal bugigattolo neanche un alito. Mar di Celestina dormiva, neanche li sentiva.

A spallate i ragazzi più robusti buttarono giù la porta e ansimanti entrarono nello stanzino. Dentro un deserto di vuoto. Nessuna traccia d’anima viva, né dei fogli, né della bambina. Al loro posto sul pavimento vetro in frantumi in una pozza d’argento.

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