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Pablo Picasso, Maya a la poupee (Maya with doll), 1938.

Non era nata con due bocche, Martina, ma una mattina si svegliò e nello specchio, accanto alla sua, ne apparve una nuova.
Grande, aperta in un sorriso da pagliaccio e con un buon sapore di caramella.
Martina pensò di pulire meglio lo specchio, ma quella restava.
Pensò di stare ancora nel letto e chiusa in uno dei suoi sogni.
Non riusciva a mandarla via, tranne quando si allontanava dallo specchio.
Tutto il giorno sul balcone, con le gambe infilate nella ringhiera, Martina si domandava cosa le fosse successo. Perché bastasse guardarsi riflessa per vederla comparire.
Mentre stendeva la sua rete tra i balconi del condominio, si diceva smetterò di vedermi nello specchio.
Ogni giorno Martina allungava la rete partendo dall’ultimo piano, il quinto, il suo.
Era arrivata sino al primo e si sentiva quasi pronta per fare il gran balzo. Che in testa Martina aveva sempre avuto questa voglia. Rimbalzare da un piano all’altro, saltando come sull’elastico del materasso per darsi una spinta fortissima e salire più in alto che poteva.
Poi scoprì che la sua seconda bocca tornava ad allargarle il viso tutte le volte che la portavano all’asilo, quando scuoteva la testa e stringeva il colletto del grembiule sino all’ultimo bottone.
Decise che si sarebbe seduta ad un banco di distanza dagli altri bambini.
Se si avvicinano di più la scopriranno, si diceva. Nessuno poteva sederle accanto.
Nei primi giorni qualche bimba sfacciata provò ad avvicinarsi. La bocca da pagliaccio subito ringalluzzita fece cucù e si mise a parlare con la nuova vicina.
Martina s’era girata dall’altra parte che non voleva sentire.
Cinciallegravano alle sue spalle, la sua seconda bocca e la bimba paffuta e sbrodolata sul grembiule.
La curiosità così fu più forte: sbirciò, con la coda dell’occhio vide gessetti colorati e tamburelli voltare in aria, formare un’onda a campana sul soffitto, poi precipitare sui banchi in una coda guizzante di riso soffocato.
A Martina l’onda parve come quelle che si versavano nel cielo con uno scoppio filante di mille ali d’uccelli.
Sono migratori, diceva suo padre quando la riaccompagnava a casa.
Martina pensava allora che anche le luci dell’ultimo giorno di ogni anno, che tuonava di fosforescenze la notte, fossero luci migranti.
E da allora aveva cominciato a tessere la sua rete tra i balconi, per saltare nel centro del cielo e guardare da vicino ciò che ci arrivava.
Quando tutti correvano in cortile a giocare, girava tra i banchi e prendeva in mano i fogli colorati. Ognuno le spiegava che c’era un papà con i muscoli sulle braccia, anche sul collo, fiori al posto delle mani delle mamme, cagnolini appesi ai rami degli alberi, stelle gialle grandi accanto a case più piccole di un ditale.
Martina stringeva i pugni nelle tasche, girava gli occhi di scatto verso l’altra sua bocca e le gridava: “Oh, adesso sta’ zitta!”.
Così si chinava per terra, si stringeva tutta sotto il banco e forzava la porta di quelle case.
Ora che c’era dentro poteva finalmente toccarsi e sentire che aveva di nuovo una bocca sola.
Per la gioia strisciava il pavimento di tutti i tubetti dei colori che teneva nelle tasche.
Per la gioia spesso non riusciva a trattenersi.
Quando la suora tornava in classe con gli altri bambini, la tirava via a forza di là sotto, con mani lievi e sottovoce: “Ti sei bagnata, vieni via, adesso andiamo a cambiarci”.
Alle volte scendeva in cortile, Martina.
La paura di farsi vedere la spingeva su un campetto d’erba gelata, dove si abbandonava con la schiena sulla terra. Ne prendeva una manciata, le piaceva il suo sapore nella bocca. Le piaceva sentirne i granelli di pietra da masticare, mentre un succo avariato colava in ramoscelli nella gola.
La sua seconda bocca, rossa di ciliegie, soffiava alle farfalle.
Seduta sola nel suo banco, a distanza di uno dagli altri, Martina non voleva giocare con nessuno.
Allora la suora con la pancia larga prendeva il cordoncino intorno alla sua vita e lo passava intorno a quella di Martina.
Legata a lei, le correva dietro, batteva le mani, batteva come un coperchio spinto dal vapore sulla pentola anche il suo cuore.
Adesso la vedranno, adesso la vedranno, adesso la vedranno.
Le gambe bloccate, un improvviso rigagnolo caldo fin dentro le scarpe.
Un giorno all’asilo arrivò un fotografo e ogni bambino corse, schierato giù nel cortile, al centro la suora, tutti ma senza Martina.
Martina dov’è, Martina sta in classe, Martina sta strappando i disegni e rovesciando i banchi.
Martina scappa, grida, s’arrende.
E sa che ora che tutti l’hanno vista, quella bocca, non ha più segreti.
Nemmeno uno, nemmeno l’altro, il più bello.
Aspetta che scenda l’ora più chiara, tiepida delle piastrelle del balcone e graffiata dalle rondini. Scioglie la sua rete sino a quando il nero s’infila dentro l’ultimo anello e lo inghiotte.
Poi un altro giorno quella foto è tra le mani della suora e Martina si guarda: ha le guance rotonde, gli occhi che balzano allegri, un caschetto nero.
E una bocca sola.

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