Devoti a Babele di Valter Binaghi
Prezzo euro 12,00
Pagine 128
Isbn 978-88-8372-441-1

Discese all’inferno e compiaciute permanenze ne abbiamo avute a iosa, e nessuno ha aggiunto una virgola a Rimbaud. Io vi racconto come se ne esce.
Chi è davvero Arvo? Un tossico all’ultimo stadio? L’uomo che si libera della propria dipendenza per diventare adepto di una setta new age? Il personaggio mediatico che partecipa a un reality show e e poi naufraga nei lussuriosi labirinti del web? Forse è sopravvissuto al Diluvio, ma nessuno sa dov’è. Sia quel che sia, la parabola di Arvo è la più intensa e provocatoria scorribanda letteraria di uno scrittore che si conferma come una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea.

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Le dipendenze nascono con l’uomo, anzi l’uomo nasce dipendente, sappiamo tutti che il bambino appena nato dipende totalmente dalla madre, succhia il suo seno e si nutre con il suo latte, senza la madre, o qualcuno che si occupi di lui, il bambino è destinato alla morte; poi il bambino si stacca dalla madre, smette di succhiare il suo seno, diventa adulto, si procura il cibo con il sudore della fronte, coltiva la terra, coglie i frutti che pendono dall’albero, va a caccia, a pesca (si fa per dire, ormai quasi nessuno coltiva la terra o va a pesca per procurarsi da mangiare) comunque l’uomo si riscatta e impara a camminare con i propri piedi. Accade però che quando ha paura, quando ha fame, sete, quando soffre, quando i dolori gli spaccano il cervello anche il più grande e grosso uomo torni bambino e dica: mamma! Ora che ci penso, l’unico che non lo disse fu Gesù Cristo, lui chiamò suo Padre, disse alla Madre di non piangere e la affidò ad altri, disse al Padre “passi da me questo calice ma sia fatta la tua volontà” o qualcosa del genere.

Ma Lui si era fatto uomo, e si era fatto vero uomo. Un vero uomo riesce a staccarsi dalla madre, dal latte e dal suo seno. Mi faccio tre domande: E’ teologico ciò che dico? C’entra qualcosa con le dipendenze? C’entra qualcosa con il libro di Binaghi? Rispondo probabilmente no alla prima, forse alla seconda, la terza sento però che c’entra molto con il libro di Binaghi, c’entra perché il seno e il latte nelle sue pagine è molto presente, è presente il latte della madre, il succhiarlo, l’assumerlo a colazione ogni mattina in casa della madre, prima di andare a farsi di droga, e se leggerete il libro ve ne accorgerete. Succhiare latte e sangue. Dovrebbe l’uomo per crescere e farsi vero uomo riuscire a completare il viaggio che si chiama vita che parte dalla madre e arriva fino al padre? O dovrebbe smetterla di succhiare assieme al latte anche il sangue delle madri? O la madre deve porgere il suo seno e darsi tutta, in sangue e latte? Ha il figlio sensi di colpa che lo portano a respingere la madre e cercare nelle dipendenze la consolazione vivendo sempre la stessa storia, recitando lo stesso copione? Ha il protagonista un complesso d’Edipo mal risolto? Ha ucciso il padre e ora vuole uccidere anche la madre colpevole di averlo lasciato andare? o, al contrario, non averlo voluto lasciare andare? Lo tiene legato a se perché complice dello stesso delitto, è ugualmente colpevole? Scriveva Stig Dagerman del nostro bisogno di consolazione, scrive Binaghi dello stesso bisogno di consolazione? Queste sono le domande che mi sono nate dentro dalla lettura del suo libro. Se un libro ci muove dentro domande qualcosa vale, anche se le domande sono sbagliate.

Arvo passa da una dipendenza all’altra, prima è dipendente dalla droga, poi da una setta, poi dai reality, poi da internet, alla fine pare si sia salvato ma non ne siamo sicuri, anche se lo speriamo.

Devoti a Babele è un romanzo complesso e con una forte connotazione religiosa, come è facilmente desumibile dal titolo. Il libro è diviso in più parti, e, benchè complesso, si legge molto velocemente. Le ragioni profonde di tutto sono espresse nella prima parte che è ambientata agli albori della civiltà. L’uomo è alla ricerca della sua identità, della sua anima, quella pura, l’anima che ha perso strada facendo, che ha nascosto e non può più trovare, così si accontenta di falsi segni, di false griffe, commercia in patacche, sostituisce l’apparenza all’essenza, lo scambio, il baratto, il mercato, il guadagnare, sostituisce l’avere con l’essere, come nella teoria filosofica di Erich Fromm, sostituisce la realtà con la finzione, il reale con il virtuale, il latte materno con dei succedanei, con dei prodotti di sintesi, l’amore con la passione, così la libertà muore, nasce la dipendenza, o al contrario, nasce la dipendenza e muore la libertà; come quando il bambino si stacca dal seno e si accontenta del succhiotto, ma un succhiotto è un oggetto di plastica, non è un seno di madre, dal succhiotto non esce nulla, è movimento sterile, è finzione, rappresentazione. Un libro di ricerca dunque, un viaggio alla ricerca di se stesso, della sua realtà, del suo vero essere, di un filosofo o di Dio. E’ la cronaca di un viaggio, del viaggio del protagonista, di Arvo, la cui destinazione però resta ignota al lettore ma che la voce narrante, il cronista, dà ad intendere di ben conoscere, e a ben leggere potremo capire anche noi lettori.

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Valter Binaghi è nato nel 1957 in provincia di Milano, dove vive con moglie, due figli e una gatta. Si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo” e curando per Arcana alcuni volumi dedicati alla musica pop (Pink Floyd 1978, Lou Reed 1979, Punk 1978, Eroi e canaglie della musica pop 1979). La passione per il blues l’ha portato a fondare diverse band (Blues Ortiga, Blue Valentine, Doctor Blue and the Healers) con cui dal 1991 imperversa nei pub della sua zona, allestendo anche reading musicali per presentare i suoi romanzi, che sono: L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon (Mursia 1999), Robinia Blues (Dario Flaccovio Editore, 2004), La porta degli Innocenti (Dario Flaccovio Editore, 2005), I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, Cronista padano (Sironi, 2007).

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