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Orfana di mia figlia

di Morena Fanti

edizioni il pozzo di giacobbe 2007

C’è una sola “semplice” domanda a fondamento di questa sorta di diario/taccuino redatto precipuamente nell’arco di un anno: tra il 5 Novembre 2001 e il 5 Novembre 2002.

Si chiede in buona sostanza, per le quasi duecento pagine, a se stessi, al lettore, a Colui sta in alto lassù, di dare una risposta ad un crudele perché: il perché della morte (e, diamine, al suo cospetto non adoperiamo eufemismi!) di una giovane donna.
E tuttavia, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare considerata la circostanza, i toni non sono quelli della rabbia che ottenebra, della vendetta/rivalsa nei confronti di chicchessia, delle indistinte accuse/invettive al mondo.
La sentenza non lascia adito ad appello:

Il fatto.

Ben arida terminologia che riduce le persone, gli affetti, le intelligenze, l’alito celeste … ad un dossier, ad una cosa, ad un fatto.
Perché dietro quei “fatti” – le vittime della strada nel nostro paese sono ogni anno migliaia e migliaia, sono penose statistiche il cui contatore si incrementa spietatamente ogni giorno – ci sono essere umani: madri, padri, fratelli, figli …
È un “fatto” che Federica sia morta, a 24 anni, il due Ottobre 2001, ad un mese dalla laurea?
Cosa stavo facendo io il due Ottobre 2001?
Cosa è successo quel due Ottobre nel nostro pianeta?
Così, su due piedi non ne ho la più pallida idea; ma di certo, quanto al secondo interrogativo, qua o là nel globo qualcosa di importante sarà accaduto. Quanto poi al primo, francamente, non me ne ricordo; una giornata, dunque, da catalogare alla voce “normale”: rasoio, caffé, automobile, ufficio, pasto veloce, consueto traffico serale, bacio di moglie e figlia, cenetta, televisione, buonanotte. Normale.
Ma non per tutti è stata così “dannatamente” normale! Per taluni, Morena Fanti una fra tutti, l’esistenza d’un tratto si divide in prima e dopo: prima e dopo quella data, prima e dopo quell’evento, prima e dopo quel tragico fatto che ha spezzato, per sempre, la vita loro e quella dei loro cari.
E i giorni del dopo, quelli successivi alla morte di Federica, la figlia di Morena, la sua unica figlia, sono sospesi in una dimensione irreale: l’esistenza non si ferma neanche un istante, non ha rispetto per il dolore di nessuno, fa correre il rischio di diventare “cattivi”.
Assodato però che queste disgrazie non sono causate dalle colpe dei genitori, che la mancanza di Federica provocava così tanta insostenibile sofferenza, che speciali non sono i giorni bensì le persone con cui li viviamo, uscire da noi stessi è il modo migliore per ritrovarci.
E allora, pacata l’impellenza di urlare ad libitum , superato l’impulso di accontentarsi di vivere alla giornata, ecco l’idea di provare a capire come si possa evolvere il dolore, il proposito di rendere pubblico “quel dolore” in modo totale e completo, il progetto di scrivere un libro; questo libro e, a ragion veduta, titolarlo: Orfana di mia figlia.
Un libro-catarsi, un libro-confessione, un libro-redenzione.
Un libro da leggere con incondizionata partecipazione emotiva, con sincero spirito di solidarietà umana, con la acquisita consapevolezza che queste sciagure non capitano esclusivamente agli altri; un libro tramite il quale commuoversi fino alle lacrime, a motivo del quale argomentare sul nostro terreno iter, sui reali valori e sulla destinazione che ciascuno di noi ad esso dovrebbe piuttosto imprimere; un libro che ribadisce, malgrado tutto, che “la vita è un cosa meravigliosa”.

Dicembre 2007 Marco Scalabrino

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