romanzo di Monica Viola

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Un’infelice con i capelli ad ombrellone, l’ultima nata di una famiglia infelice, una casa infelice nonostante i suoi 230 metri, una villa in campagna, un padre padrone che odia i suoi figli perché lo distolgono dall’unica cosa che gli piace fare: ingravidare la moglie; un non credente, un avaro, un taccagno, assente. Una madre stressata, indebolita nel fisico dalle continue gravidanze, affettuosa ma distratta dalle mille occupazioni che una famiglia come la loro può comportare, una nonna nata in un’isola, figlia di un medico tedesco che si era arricchito nel caribe, che viveva di nostalgia, unita alla nipote dall’odio verso il capofamiglia e verso gli uomini che fanno schifo e l’unica cosa che vogliono fare è scopare, la sua stanza era un’isola felice, ordinata e pulita, era un piccolo regno lindo come l’isola in cui era nata ma che non esiste più per lei. Assente quindi in quella disordinata e infelice casa perché rifugiata nel passato. Una caterva di fratelli e sorelle. Le sorelle presenti ma non troppo, probabilmente infelici pure loro, i fratelli infelici ma sporcaccioni e molesti. Presenti, specie quando si fanno masturbare a turno, quando vanno a molestare la loro sorellina minore in camera da letto.

La bambina è assente, ha un grande bisogno di attenzioni e d’amore, così sottostà alle voglie dei fratelli perché non ha altro, perché in questo modo pensa di avere il potere su qualcosa, il potere sui fratelli, perché in questo modo appaga in un certa maniera, sbagliata, quella grande sete d’amore e di presenza che ha. Si disseta con il loro sperma. Soffre perché alle elementari la sua cancelleria è in disordine, le sue penne non scrivono, il suo grembiule non stirato. Il racconto è distaccato, quasi che la protagonista prendesse le distanze da ciò che le accade, la protagonista è una bambina ma ragiona da adulta, sa del suo bisogno, sa della sua sofferenza, vede l’orrore, lo descrive con freddezza per non farsi coinvolgere. La madre si ammala di cancro al seno e poi muore. Finalmente, pensa la protagonista. Il padre passa le serate fuori casa, probabilmente ha un’altra donna, ma non importa, anzi, così lascia in pace i figli. La protagonista cresce così, nell’assenza e nel deserto dei sentimenti. Si inaridisce. Frequenta un’amica che ha una casa ordinata e pulita. Frequenta la gente bene, i pariolini. Sullo sfondo i fatti che insanguinarono l’Italia negli anni 80, il rapimento di Moro, l’aids che rosicchia il fratello, il cancro che divora prima la zia e poi la madre. Ha un amore che scrive in maiuscolo e che le riempie la vita ma che poi si accorge di non amare. Il romanzo, breve ma intenso, non lascia respiro, gli avvenimenti si susseguono velocemente, raramente ci si ferma a considerare, ad analizzare. L’impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi all’inizio della storia, storia affollata da fatti orrendi, davanti ad una persona adulta, con tutte le brutture tipiche delle persone adulte, e non davanti ad una bambina; che il percorso sia stata fatto al contrario, l’adulta crescendo e passando da tutte queste orribili esperienze diventa bambina, finalmente bambina, si innamora dei Duran Dunan e della loro musica, spera nel futuro, vede il suo futuro, vede la luce, finalmente una persona che può sperare di diventare bambina felice attraverso l’analisi e nella certezza che Dio c’è ed è ordinato. Come si chiama questa bambina? Sappiamo i nomi di tutti i componenti di quel disordinato nucleo familiare, i nomi di tutti gli amici, ma lei come si chiama? Non trovo il suo nome, forse mi è sfuggito o forse è proprio assente. Di certo c’è che l’autrice dedica il romanzo al suo amore e alle sue bambine felici affermando con forza che loro potranno contare sempre su di lei, che lei sarà sempre presente, che la cancelleria sarà sempre ordinata e le penne e le matite colorate e presenti.

pubblicato su Viadellebelledonne

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