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Pietrisco di Alessandro ramberti (Fara Editore, 2006)

Il pietrisco mi fa pensare al mio vecchio impiego, più di 30 anni fa, appena diplomata, lavoravo come piccola ragioniera indifesa in una ditta che aveva un grande frantoio, assieme alle altre cose producevano un pietrisco che a seconda della grossezza veniva chiamato pietrisco del 2, pietrisco del 3. So quindi che col pietrisco e il cemento si fa una malta e si fa la gettata per fare pilastri, solai, si costruiscono anche le strade, ma non le grandi strade, le autostrade anonime e senza anima, quelle strade i cui non ci fermiamo quasi mai o se lo facciamo è solo per andare in bagno o prendere un caffè alla stazione di servizio, ma strade di poderi, strade interne, strade intime, le nostre, strade a nostra misura, si rendono i percorsi accidentati e sterrati accessibili e percorribili a tutti. Il pietrisco sono le parole, “E’ forse eccessiva la bellezza/del cammino? Siamo distratti/dai nostri fragili piedi che sai irrobustire/oltre ogni speranza./

Il libro mi sembra che abbia una forte connotazione religiosa, la pietra/pietrisco è la parola, la Parola è verbo, la pietra è la pietra d’angolo su cui si poggia l’arco. Ramberti intitola le prime tre poesie Rischi platonici – Stoicismi laterali – La veglia del pragmatico, dimostrando di conoscere i filosofi greci, è risaputo che Ramberti è persona colta. In queste tre poesie egli si rivolge ad un tu ed a questo tu, più o meno ipotetico, rivolge quasi degli insegnamenti come facevano gli antichi filosofi greci con gli allievi, egli si chiede e chiede dove sia il senso delle cose, si interroga e interroga sull’equilibrio di queste cose, sulla stabilità e sui pericoli dell’utopia. Ma mai invadente, mai duro, infatti, subito dopo, come un figlio che si rivolge ad un padre il quale ha il potere sulle parole, gli chiede e si raccomanda


Tu vigila con affetto alle mie spalle,
deponimi le mani sulla testa
ordina allo spirito di sprofondare nei polmoni
con quel sapore che dà lievito
alle cellule dell’anima,
colpisci le velari,
proietta le dentali,
annichilisci le sibilanti
scarifica le liquidi
annoda le nasali…

Perché per l’autore le parole sono vita e lavoro, lavoro che ama, che svolge con passione e ci racconta passo per passo come lo fa “ il mio lavoro/inizia scorrendo manoscritti”
ci spiega poi il significato dell’ideogramma della sua casa editrice, “edito con una griffe di origine/orientale e di forma millenaria:/il quadrato di una bocca con sopra/i tratti del pennello, le tacche/incise per fissare anche su ossa (un tempo)/i segni di un destino” l’ideogramma è un carattere cinese arcaico che si pronuncia yan e che significa parola scritta. Ecco l’importanza della parola, infatti sempre nella stessa poesia dice “Scrivere è un atto etico al quadrato/implica verità e rispetto” Ora et labora. Lavoro e preghiera. La parola è sacra, la parola è preghiera, è ciò è evidente più d’ogni altra poesia nella poesia Preghiera. I versi sono chiari e semplici, non perchè banali, ma semplici come è in fondo la bellezza.

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