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Già la dedica della nuova raccolta di Stefano Guglielmin “La distanza immedicata” (Le voci della luna, 2006) mi sembra poesia. A Lia ed Elia, sponde, onde. Sono gli affetti il mare, i fiumi, gli oceani. Sono gli affetti l’acqua necessaria alla vita. Sono anche gli affetti i luoghi dove navigare, abbeverarsi, rinfrescarsi, dissetarsi, viaggiare, i luoghi alle cui sponde nascono rigogliosi alberi da frutta e fiori, e canne per costruire capanne dove rifugiarsi. Ma le acque non devono essere stagnanti, perché dove non c’è movimento c’è morte, dove c’è la fissità c’è morte. E allora vivere è navigare, fermarsi, a volte, ma solo per dissetarsi e per sfamarsi, percorrere i fiumi anche se impetuosi, anche se qualcosa fugge via, anche se qualcosa non si riesce a trattenere, a tirare su in questa nostra zattera in movimento, perché tutto ciò fa parte della natura stessa dei luoghi, delle acque, della vita e della morte.

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Comincia il libro con la rappresentazione di uno scenario inquietante e primordiale, una fitta rete d’uova d’animali preistorici, un brulichio, bolle che escono dall’acqua, qualcosa si muove, qualcosa da sotto preme, come un geyser esplode e si fa parola che racconta il bene e il male. Nasce la poesia.

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Tutto ciò è detto utilizzando versi ariosi e fluidi, versi ossigenati, aerobici, aperti nel senso che sono respiro ma non tanto aperti nel senso. Tempo fa ho paragonato i versi di Guglielmin ad una calza in microfibra, una calza che contiene senza comprimere, una calza che sembra sottile e lieve ma che è capace di racchiudere le gambe robuste di una donna, una calza morbida e resistente, che non si smaglia mai, che non fa pieghe, che la indossi e sembra che non ce l’hai, ma le calze ci sono e la pelle sembra vellutata, una calza che protegge e riscalda, con la quale puoi camminare con passo lieve e lungo senza mai stancarti. Sostituendo la parola calza alla parola poesia (di Guglielmin) il gioco è fatto, si ha una poesia eterea e nel contempo forte. Spero che questo mio accostamento non sia troppo irrispettoso, se l’ho fatto è solo perché non trovo altre parole per dire in generale dei versi di Stefano Guglielmin.

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Cosa pensiamo? Cosa chiediamo? Parole a fiumi, liquido amniotico, acqua che la roccia spacca ed erompe a getto. Nascita e calma e gioia immensa come dopo il parto travagliato.
E da Oceano e Teti “immensi fiumi intrecciati l’uno all’altro, dai quali prende origine la cosmogonia greca” come l’autore stesso scrive nelle note a fine raccolta, dalla nascita si passa alla seconda parte dal titolo Sorga “il fiume petrarchesco, sulle cui rive amore e morte si incontrano”
“piace a cesco il mondo/questa volta/peccato morire perciò o non lasciarsi/vivere”
Dopo la nascita è la morte. Ma durante la vita ci si imbatte nell’amore che cercherà di vincere la morte e il suo orrore. “come la foglia che s’invola/ultima nel saluto di novembre e così sull’acqua/ il sughero o la fanciulla morta o la bella che nuota”

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Noticina fra me e me.

Trovo che in alcuni di questi versi aleggi la tradizione zanzottiana, trovo nella poesia indicata con il numero 1 una forte somiglianza con il ritmo dei versi di Caso vocativo di Zanzotto “ O miei mozzi trastulli/pensieri in cui mi credo e vedo,/ingordo vocativo” scrive infatti Guglielmin “mia cima e nodo blando mio futuro/già stato/non sapere nulla e cominciare tuttavia” poiché adoro Caso vocativo di conseguenza mi piace molto anche questa poesia di Guglielmin.

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La morte è presente anche nella terza sezione “Stige” C’è una donna che si chiama Maria, è una sposa, è una madre. C’è la guerra e i soldati con le divise grigio topo e c’è un’assenza, una distanza mai colmata, immedicata. E poi la morte necessaria, perché la morte “impollina/l’aprile”
“Aprile è il mese più crudele, genera lillà da terra morta” (Eliot, La terra desolata)
In Ouse si assiste ad una morte per acqua, il suicidio di una donna Ofelia, una madre. Non una morte necessaria ma una morte che lascia una culla senza la madre accanto. Questa sezione mi tocca più delle altre. I versi assumono un’altra forma, in Stige erano a colonna stretta, qui si allargano e prendono tutto il foglio, perché la suicida è distesa per lungo, e il fiume è lungo e largo. La strofe sono tre in ogni poesia. Padre, madre, figlia. Una madre che si uccide e lascia la figlia ama sempre la figlia e la salva dalla sua morte perché una madre che si uccide e salta in un fiume vorrebbe non saltare da sola, vorrebbe farlo assieme alla figlia, ma l’amore salva, l’amore salva la figlia. Ma il padre manca, almeno io non lo trovo.
Leogra, invece, è il fiume che attraversa la città dove vive l’autore, qui il tempo scorre passeggiando e chiacchierando in piazza, ci sono i saluti degli amici, il figlio in bicicletta, qui il fiume scorre lento, non più un fiume di tragedie ma il fiume del quotidiano, che a volte può essere insidioso nelle boccate di parole prese per sbaglio, nell’anidride e nel piombo “una boccata presa per sbaglio di parole” “ prima di cenare/l’anidride il piombo l’odore di gelato…” Qui nel fiume domestico c’è il padre.

L’acqua che doveva essere vita e che poi diventa morte per suicidio e che da morte diventa nuovamente vita in un aprile impollinato, l’acqua di un fiume familiare, un fiume a misura d’uomo può tornare utile, può servire a scrivere la storia, a dipingere quadri e giorni, col Dripping, si mettono nomi e si fa ordine, si arriva, si scrivono versi, si cerca di ricomporre la distanza che c’è fra il finito e l’infinito, fra il figlio e il padre dei fiumi grandi, quella distanza che ci chiama, che non riusciamo a colmare, la riva che solo alla fine del viaggio riusciremo a toccare e a capire.

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