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Pensieri su “Incursioni nell’apparenza di Nicola Vacca” – Manni, 2006
di Antonella Pizzo

Durante le mie vacanze natalizie ho avuto l’opportunità e il piacere di leggere la nuova raccolta di poesie del critico e poeta Nicola Vacca “Incursioni nell’apparenza”, (Ed.Manni 2006 – prefazione di Sergio Zavoli).
La raccolta contiene 49 poesie ed è divisa in quattro sezioni:
Morte occidentale – Metafisica della ferita – Il male chiaro – La spada di Dio – Stato d’allerta.
Già il termine “incursioni”, che compare nel titolo, fa pensare, senza alcun dubbio, alla guerra e i titoli delle quattro sezioni sono la conferma che di guerra si tratta.
E’ guerra dunque e la guerra presuppone strategie, tattiche, attacchi, ma prima di ogni cosa incursioni per stanare il nemico, verificarne la posizione, per fare il punto della situazione. Incursione nel reale, nel nostro tempo, nella società, nei nostri cuori, nel nostro sentire, nel sentire di questo uomo che abita l’occidente, nell’uomo moderno.
Nicola Vacca all’inizio della raccolta cita Friedrich Holderlin “L’uomo che pensa/deve agire, deve dispiegarsi/favorendo e rasserenando la vita attorno a sé.”
Agire, azione, per rasserenare, per fare un atto di riparazione, per un’azione consolatoria e consolante. E come può agire l’uomo? Di certo anche con la scrittura, col dire, con la poesia che non è solo un dire ma è soprattutto un fare. Nella migliore tradizione della poesia civile la parola invita alla responsabilità, invita chi ascolta e a chi legge a reagire, ad agire interpretando la storia, a prendere una posizione senza fuggire. Ma Nicola più che invitare, racconta, stila un rapporto, stende un verbale poetico e lo fa con mestizia e amarezza. Vacca nella poesia che apre la raccolta scrive “scrivo/Errando per questo tempo dell’ansia”
Erra come il leopardiano pastore errante per l’Asia ma non chiede nulla alla luna, non guarda il cielo interrogandosi e interrogando il satellite ma guarda raso terra, si muove fra le macerie delle torri gemelle, fra le antenne paraboliche, fra le maschere e i teatri, si muove sulle tracce di un “Dio inquieto”, avverte “oscillanti presenze”, si accorge e ci avvisa che qualcuno accendendo le luci della città e gli sfavillanti tubi catodici vuole spegnere la luce delle nostre anime. C’è un nemico visibile e invisibile al contempo, un attore che si veste di apparenza. Errare dunque per mappare il mondo occidentale e scriverne. Ma scavare dentro l’apparenza, la quale ingloba ogni nostro spazio e ogni nostro pensiero, desertificandolo. E il deserto lo troviamo nell’audience, nei segni, nei pensieri asfittici, nella parola che è fatta di silice, è arida, sterile, la parola di marmo, fredda, morta. L’amore è solo una finzione ed è fatto di abbagli. Nicola si chiede dove siano finiti i pensieri dei cuori, dove l’amore vero. Lo spazio è disfatta, tutto è distrutto come dopo una battaglia, resta il vuoto/pieno dell’apparenza, il terrore, l’apparenza che è assenza. L’occidente che è morto, che è vuoto (Morte Occidentale).
Ecco la terra in tutta la sua desolazione “terra desolata”, terra senza anima. “Anime morte tra il gelo e la luce”

Serve chiedersi se tutto ciò serve a qualcosa? Il tempo è malato. Siamo già perdenti, naufraghi, dobbiamo aspettare allora, aspettare e sperare. Tutto ciò, come afferma Zavoli nella sua prefazione, ce lo racconta Nicola senza alcuna ridondanza moralistica. Lo fa con un verso pulito, pacato, mesto ma non rassegnato perché “Il naufragio non è disperazione” e “anche i relitti hanno un’anima”. Un diario di guerra, un diario di un naufrago, un diario di un uomo che vaga fra le rovine del tempo e dello spazio apparente, alla ricerca di uno spazio trascendente e di un tempo non malato, di un tempo finalmente infinito.

Gennaio 2007

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