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Giorgio Saviane nasce a Castelfranco Veneto nel 1916 e muore nel dicembre del 2000 nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Maria Nuova di Firenze, dove era stato ricoverato per una bronchite. Avvocato di professione fu definito dalla critica “scrittore di idee” ed è noto al grosso pubblico per aver scritto il romanzo “Eutanasia di un amore” che vendette un milione di copie e da cui fu tratto l’omonimo film che ebbe grande successo. Il suo primo romanzo “ Le due folle” fu pubblicato nel 1957, l’ultimo “Voglio parlare con Dio” nel 1996 ed è un’opera di riflessione su Dio che Saviane scrisse subito dopo essere stato colpito da un ictus.

Ha scritto anche altri romanzi che qui, per brevità, non cito ma non posso fare a meno di ricordare “Il papa” pubblicato nel 1963, e più precisamente negli ultimi mesi di pontificato di Giovanni XXIII e poco prima della riforma avviata dal Concilio Vaticano II. Il libro fece molto discutere, fu definito “romanzo cattolico” ma provocatorio. Il romanzo corre sul filo dello scandalo, racconta, infatti, la storia di Claudio, un bambino che decide di farsi prete per paura del fuoco dell’inferno e non certo per amore di Dio. E poi ancora racconta di Claudio divenuto adulto, della sua vocazione, dell’ordinazione sacerdotale, della sua carriera ecclesiastica che lo porterà fino al soglio pontificio.

Claudio vuole diventare Papa perché vuole liberare l’umanità dall’immagine costruita di un Dio piccolo e vuole aiutarla ad andare incontro al grande Dio d’amore, attraverso le stelle, un Dio che ci ama e che perdona le miserie umane, un Dio alla portata di tutti, un Dio comprensivo e comprensibile: “Io non vedo Dio … ma prego di vederlo: nell’uomo, nei mostri” e ancora “Bisognerebbe fermare la processione. Ma capiranno se non credono? E’ amore parlare ad uno con le tue parole? Io credo che bisognerebbe parlare loro con le loro parole”.
Il romanzo è giocato fra il reale e l’irreale, fra la storia e la visione cercata e negata “la camerata, il seminario, la città vomitavano rospi neri che egli divorava per non vedere.”
Fra il potere e la ribellione. Il potere conservatore e la ribellione al potere costituito che è cammino verso la verità.
“All’ora della sveglia Claudio dormiva profondamente. Campanelli elettrici vibrarono per la camerata come se scaturissero dalle mura.”

Cosa c’è dietro questa mura? da dove viene il rumore e perché? Esso è insopportabile! Claudio deve alzarsi. Il dovere lo chiama, deve svolgere il compito che gli è stato assegnato, deve rispondere alla chiamata. Nel 1973 esce “Il mare verticale”. Il romanzo inizia con un rumore simile. Un rumore martellante che proviene dalla parete. Esso è assordante! Insopportabile! E’ un martello pneumatico, è il lavoro dell’uomo.
E’ la tecnica che ci assale, sono le macchine che ci sconvolgono.
“Col sudore del tuo volto mangerai il pane” (Genesi 3, 17-19).

E’ un rumore che “Da mesi prorompeva all’alba dopo aver minacciato tutta la notte”. E’ prorompente come un mare che alto e verticale può precipitare sotto il suo stesso peso o per effetto della gravità può cadere sugli uomini e sulla terra travolgendo tutto e tutti, o può essere così verticale, così alto, che ci si può arrampicare sopra, salirci su fino ad arrivare a Dio. Ma nell’apocalisse c’è scritto che ci sarà nuova terra e nuovo cielo, non ci sarà più il mare. Allora il mare è il male verticale, è il peccato che può distruggere l’uomo o può trasformarsi in bene cambiando la propria natura orizzontale “terra terra” in verticale “cielo cielo”. Il male può essere trasformato in bene e nel male possiamo trovare l’occasione del bene. Il male è il fuoco che fonde l’uomo ferro così da poterci costruire in forme nuove.
Il rumore proveniente dalla parete è il dolore (il peccato) che abita l’umanità. Da dove viene il rumore e da dove il dolore, da dove il peccato?
Così come nel “Il papa” nel “Il mare verticale” tutto si svolge fra due opposti, tra il reale e l’irreale, tra l’orizzontale e il verticale, tra il bene e il male, tra l’io e il tu, tra il passato e il presente, tra l’acqua primordiale e il fuoco primordiale. Il protagonista, l’io, l’uomo che ascolta il rumore dell’uomo, del suo simile che lavora e che mangerà col sudore della fronte, fa un viaggio nel tempo e tornerà alla preistoria per ripercorrere il cammino dell’umanità, come dovesse fare una sorta di esame di coscienza. E’ il romanzo del figlio che si ribella al padre.
E’ il romanzo della ribellione ai riti, alle convenzioni, agli ordini. Un viaggio che per certi versi ricorda i viaggi nel tempo che fecero nel “I fiori blu” di Queneau, il Duca d’Auge e Cidrolin; ma se lì c’è la ricerca di una salvezza oltre la storia o la rappresentazione dell’es e dell’io, qui c’è l’anelito di scoprire il senso e la ragione di tutto. E l’io narrante muore mille volte e mille volte rivive, fugge attraverso i secoli, i millenni; dalle glaciazioni fino alle macchine, dal fuoco primordiale giunge all’energia atomica. “Ed ancora per fuggire che ho imparato a volare, a strisciare sulle ruote lasciando ogni giorno migliaia di morti” E’ fuori di senno chi sta fermo ma è un folle anche chi fugge.
Il libro consta di quattro parti, nelle prime tre c’è il viaggio nel passato, nell’ultima il ritorno al presente. Marco, che è l’io-protagonista, assiste ad un incidente stradale, una giovane donna muore e lui ne rimane sconvolto, un uomo accanto a lei piange, “aveva da dirle qualcosa di importante, di tenero di assoluto”.
Marco si rende conto che le uniche consolazioni di questa nostra assordante vita sono gli affetti, le persone che abbiamo accanto, è Anna, la sua donna, che è il tu, che è l’io che diventa tu e così la vita degli altri entra nella nostra vita. E nel tu c’è finalmente il silenzio, ci sono le lacrime che scendono taciturne e solcano la pelle. Ci si rassegna.
“Dissi parole, parole. Ma il dolore rimaneva dentro. Scavavo a cercarne la radice. Che non c’è” Con queste parole si conclude il romanzo, il viaggio attraverso il tempo e il dolore. E si resta con
la bocca un po’ amara, lievemente sconfitta. Ma nel libro si è letto pure: “Dio non c’è, allora
cos’è questa sete di preghiera? Perchè l’ansia si risolve se chiamo aiuto? “ allora si capisce che Saviane ha sempre cercato Dio e che questa domanda può essere già una risposta e che Saviane non si è arreso ma che ha continuato il suo cammino di ricerca.
Spero che adesso, nel posto in cui si trova, nel tempo che non è più tempo, abbia finalmente
trovato quello che cercava.

pubblicato su L’Attenzione – novembre 2006

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