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IVANA TANZI, FINO ALL’ULTIMO COMMA di Lucetta Frisa

Amo moltissimo la musica e il caso, a cui spesso mi affido e confido e che ancora non mi ha tradito, mi ha fatto incontrare un libro di versi tutto a lei dedicato. Non sono stati molti, credo, i poeti che hanno pensato la musica come tema dominante di una loro raccolta. Ivana Tanzi,invece, sì. L’esperienza personale di corista, tanto significativa nella sua biografia, viene tradotta in brevissimi versi, quasi appunti, che si snodano in una sorta di diario. ”È infatti la storia di un percorso che non va compiuto in solitudine, ma nella ricerca di una reciproca consonanza – scrive Elena Signorini nella prefazione  leggi il seguito

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Bulletin of Visual Culture

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L’amo

 

Acclamato cortometraggio presentato al Festival Mediarc di Firenze, con un’edizione centrata sul tema “Abitare il Mediterraneo”, Mari Bruciatu è il lavoro del regista Antonio Carnemolla. Distintosi per la posa malinconica della sua fotografia, sembra essere il carnet del più complesso Miracolo a Le Havre. L’immediato montaggio opera con i consueti cardini della dolcezza, del ricordo naïf di tradizioni che stanno scomparendo. La camera a spalla del Carnemolla estende scorci di un antico borgo mostrando, come vedetta sapiente, una poeticità drammaticamente in disarmo, che rassegnata cede il passo al mortifero e spesso ingannevole gioco della contemporaneità. Intervistato, si racconta così.

leggi il seguito dell’intervista su The ArtShip

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food art

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nuova iniziativa su vdbd: L’albero del futuro

Il Natale del 2011 non sarà un Natale qualunque per gli italiani e per l’Europa tutta, pare che sotto l’albero di quest’anno non ci saranno per gli europei “ricchi premi e cotillon” ma sacrifici e privazioni. Stando alle previsioni pare che anche il Natale del 2012 non sarà molto allegro, per chi ci crede, pare che su di noi incomba la fine del mondo; I beninformati sanno anche la data precisa: 21 dicembre. il resto qui

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dal libro NODI DEL CUORE

dal libro NODI DEL CUORE

di LUCETTA FRISA e MARCO ERCOLANI

Greenwich, 12 dicembre 1637

Cara signora figlia,

ho avuto assegnata da Sua Maestà Carlo I una commissione assai pregevole: dipingere un’Allegoria della Pace e delle Arti per la Queen’s House – nove tele di cui vi accludo, nella lettera, lo schizzo sommario.
Come avrete modo di constatare, è un lavoro monumentale: gli affreschi dovranno essere contenuti nell’intero soffitto della Great Hall. Architetti e artigiani hanno già provveduto agli intagli. Non mi resta che iniziare il lavoro.

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repetita iuvant – BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011),

Le Voci della Luna sono liete di presentare

BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011), a cura di Sergio Rotino, Collana Segni, volume n. 7, pp. 272, euro 15,00

Il libro raccoglie 6 anni di lavoro in rete, ordinato come segue:

Soglia

Spazio pubblico p. 9
I “segreti” perché del libro di “Blanc” p. 10
In principio p. 11

Poesia & Blog
Canone e autorevolezza della rete p. 15
Meetings p. 20
Vita di un blog p. 22
Vimercate, poesia a caldo p. 24
I commenti nei poeblog e loro destino p. 26
La natura della rete: tra pesciolini di plastica e ossi di seppia p. 28 Continua a leggere »

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“Dedalus” Quaderni di narrativa

“Dedalus” Quaderni di narrativa – puntoacapoEditrice

Direzione: Ivano Mugnaini

n. 1 (Novembre 2011)

Giorgina Busca Gernetti, Corrado Calabrò, Maria Gisella Catuogno, Biagio Cepollaro, Andrea Carlo Cappi, Mariella De Santis, Marco Ercolani, Anna Maria Farabbi, Laura Leoni, Mario Massimo, Emidio Montini, Valeria Serofilli, Valerio Varesi, Grazia Verasani, Domenico Vuoto. leggi il seguito qui

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Il libro di Blanc de ta nuque

Il libro di Blanc de ta nuque

 

copertina di Nicoletta Ceccoli

Le Voci della Luna sono liete di presentare

BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011), a cura di Sergio Rotino, Collana Segni, volume n. 7, pp. 272, euro 15,00
Il libro raccoglie 6 anni di lavoro in rete  leggi il seguito qui

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Aion/Illuminazioni

Venezia – Sono gli ultimi giorni della 54° Biennale d’Arte, quest’anno votata al tema dell’illuminazione. Illuminazione, come la bella nozione dei principi ispiratori che dovrebbero governare uno Stato, come il Nume tutelare dell’immaginazione, propria dei classici greci e latini, Luce come percezione della sua assenza.

Dialettica dei contrari che ha generato una Biennale composta, elegante anche se a tratti borghese; alla soglia del finissage, arriva il momento di tirar le fila per questa novella Penelope (Bice Curiger) cui può esser conferito il merito di aver evitato di divedere “alla facilona” i buoni dai cattivi, i vincitori dai perdenti, i sacri dai profani. La sua è stata una Biennale ermeneutica, linea per la costruzione di un pensiero in divenire, spirituale architettura per immagini.

Se il tema dell’erotismo pare esser stato il condotto più prolifico per gli artisti, nota di merito va anche al blow up di Christian Boltanski, che ha concesso la Chance d’esser proiettati all’interno del meccanismo filmico, letteralmente. Il Padiglione Italia, menato col remo dell’ordine, è anch’esso in macro sull’indice generatore dell’arte: Umberto Veronesi, Ennio Morricone, Antonio Marras, sono solo alcuni dei sapienti in filigrana presentati, non assolvibili anche se ignari complici di fronte alla Casbah risultante.

Vittorio Sgarbi compare come lucido orchestratore della manipolazione retorica per propri fini condannabile perché inopportuno e fuori luogo.

Così a celebrare quel fiore d’Italia che è l’amor per l’Arte ecco che l’ispirazione a Cupola opprime l’ascendere della Bellezza, ponendosi come porta sul retro di un’anti celebrazione italiana: 151 anni di celebrazione mafiosa. Mortificante e abominevole macchinazione, il curatore meriterebbe una piccola edicola, dentro quel padiglione Egomaniaco che è la Germania.

Tra calli e gitane, candele e neon, questa Biennale apre all’ipotesi tale per cui tutto può esser tema d’ispirazione, tutto può essere considerato e vertice e base e mezzo per dirsi, pur rischiando un fraintendimento di presupposti, percezioni e rigori.

In mezzo a questa Rapsodia, l’arte rifugia il tempo nel peripatetico giardino greco, spazio meditativo per riflessioni e illuminazioni autentiche.

Paola Pluchino (the ArtShip)

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The ArtShip – nuovo blog d’arte

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Sono Claudio Damiani e Francesco Baldassi i vincitori assoluti della sesta edizione del premio internazionale di poesia “Borgo d’Alberona”: il primo ha conquistato il gradino più alto del podio per le opere edite presentando “Sognando Li Po” (Marietti Editore), il secondo, invece, è stato giudicato come il migliore autore per la sezione “inediti”. Nella categoria riservata alle liriche già date alle stampe, completano il podio Daniela Raimondi con “Diario della luce” e Marcello Ariano con “Alla clessidra c’è rimedio”. Nella stessa categoria, segnalazioni di merito per Giuseppina Di Leo, Nicola Bultrini, Antonella Pizzo, Francesco Scaramozzino, Michele Russo e Pio D’Errico. Nella categoria delle poesie inedite, invece, il secondo e terzo posto sono appannaggio rispettivamente di Maria Teresa Savino e Michele Vigilante, con segnalazioni di merito per Maria Antonietta Cocco, Biagio De Maso, Vincenzo Fantetti, Carlo Monteleone e Pina Petracca. La cerimonia di premiazione si terrà sabato 10 settembre. Il luogo e l’orario della manifestazione saranno comunicati entro pochi giorni. Intanto Alberona si prepara ad accogliere i poeti che hanno partecipato al concorso da ogni parte d’Italia. Compresa quest’ultima edizione, sono stati oltre 800, complessivamente, i poeti provenienti da 20 diverse nazioni che hanno partecipato al concorso. In questi anni il premio è stato assegnato a poeti e poetesse di livello internazionale come Maria Luisa Spaziani, Remo Fasani, Claudio Angelini e Dino Carlesi. Alla cerimonia saranno presenti, tra gli altri, il presidente della commissione giudicatrice, Francesco D’Episcopo (Università di Napoli), Piergiorgio Battistelli (Università di Bologna) e Michele Urrasio, poeta insignito del prestigioso Premio Antonio Fogazzaro. Il Premio è stato istituito per valorizzare la vocazione poetica e letteraria di Alberona. A Giacomo Strizzi, poeta alberonese, Pier Paolo Pasolini dedicò parole di profonda ammirazione: “Il suo è un temperamento lirico di alto valore: la sua produzione è piena di genialità e inventiva”. Giacomo Strizzi, insegnante elementare scomparso nel 1961, ha rappresentato l’espressione più alta della tradizione letteraria di Alberona. Ma la vocazione poetica di questo piccolo paese della Capitanata ha avuto anche un altro grande interprete. Si tratta di Vincenzo D’Alterio che, dalla sua casa che affacciava sul corso principale del paese, muoveva lo sguardo verso viuzze e colline nutrendo la propria ispirazione. La tradizione lirica di Alberona, alla quale Camillo Civetta e la Società di Storia Patria hanno dedicato un’antologia, non è una leggenda né una virtù legata a pochi alberonesi illustri, ma un dato culturale talmente legato alle radici del paese da aver dato vita, nel ‘900, a una pubblicazione specifica: la Gazzetta letteraria alberonese. Una tradizione oggi onorata da Michele Urrasio, scrittore-poeta e intellettuale cui la Società di Storia Patria per la Puglia ha recentemente dedicato una pubblicazione: “La Puglia nella poesia di Michele Urrasio”, libro di Francesco D’Episcopo, docente dell’Università Federico II di Napoli.

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Antonella Pizzo, Dentro l’abisso luccica la storia, L’arcolaio 2011-

Antonella Pizzo, Dentro l’abisso luccica la storia, L’arcolaio 2011-

Antonella Pizzo ci offre un’opera che muove da una visione tragica e frammentata della realtà e delle esperienze, di scorci d’abisso , di rimasugli di una storia vorace, di scorie che pungono e dolgono per giungere ad una pacificazione che la /ci abita e che ha la consistenza della pietra fra i tanti miraggi e trasuda di una luce che spegne il buio, dentro la storia, all’interno degli abissi e dei crepacci.

E’ un libro diviso in brevi poemetti i cui titoli indicano la pista che ha percorso la poetessa per giungere ad una pacificazione universale che ha  la leggerezza e la certezza che solo la fede può dare e Antonella potrà dire: “verrà un giorno che non sarà un giorno / sarà qualcosa che non è qualcosa/  indefinibile ma lo riconosceremo/  perché avremmo occhi nuovi/  e nuove rose ci fioriranno in mano” Tuttavia per giungere a queste rose , al diverso modo di riconoscerci , attraverseremo “Agonie” dove la morte dell’umano è in costante agguato e non traluce alcuna speranza:  “ Pioggia e piorrea/ imene e mani/ volano e si disintegrano/ i teli s’alzano, gli alberi s’abbattono/  (……..)  non ci sarò nei versi/ mi sarò persa nelle frasi fatte/ frullata dentro un bit maligno/ un ologramma, un linguaggio morto.” Nelle poesie di questo poemetto il soggetto si smarrisce con l’oggetto, l’io manca di fiato e il noi sopravanza perché la condizione non è personale, è collettiva ( ci dilatiamo per non vedere il greggio/ che ci ha sporcato le suole in nero.) e universale ; ma ci sono versi dove Antonella si sottrae alla malora del noi e siete voi che intarmavate dentro  e prima, come una spettatrice che dalla platea osserva lo spettacolo inscenato dal nostro tempo e io lo vede andare.

Dunque la poetessa è non partecipante, ma ugualmente rea e ugualmente ferita, oggetto e soggetto; quando attraverseremo lo spettacolo avaro e dolente del nostro tempo saremo pigoli caduti dal ramo, passerotti inermi/ aquile rapaci veraci sparvieri insospettati vermi. Manca a questi versi la pietas che vorrebbe disarmare il male; è la sezione “crepacci” dove luccicano tutti gli equivoci, dove il percorso è irto di inganni, di oscurità, di lacci che imprigionano come pesanti catene.

La Pizzo non fa sconti a nessuno: anche i miserabili lo sono ancora di più e tutti avanzano appesantiti da una croce che è un masso sulle spalle che li trascina a terra e spezza il fiato.
Sì , pietà l’è morta, il morto lo si lascia a marcire, fa troppo freddo per prendersi cura di alcunché..

Eppure da questa desolata landa di confine si percepisce la personale fragilità e anche quella di noi tutti e l’insipienza che governa i comportamenti così che si è come facce di pietra scolpite sottacqua, simili, numerose. Eppure … l’ultima sezione , dopo un excursus di impietosi travalicamenti, sussulti ammorbanti, lemmi che hanno perso senso e significato, s’offre alla certezza di un nuovo diverso pacificato modo di esistere.

Nella sezione che dà il titolo al libro, le creature si soccorrono per ri-creare la bellezza, il dono gratuito, per ritrovare la gioia e tutto riluce d’incanto e di meraviglia .

Tale è la separatezza fra i mondi prima poetati e questo che muta il fraseggio, cantante questo, immediatamente comunicativo quanto quelle sezioni precedenti era stato aspro, segmentato, franto.

Qui “ i sogni ricominciano sempre / la bambina ritrova il filo/ la sua mamma, il latte caldo/ il dondolio e le stelle/ l’ape regina e i fiori che fanno miele” ; anche il paesaggio diventa amichevole e soccorrevole oltre che bello e mirabile.

Nel caso della Pizzo questo non è pio desiderio, ma convinzione assunta per fede con forza che nessun misfatto riuscirà a distruggere.

E’ un bel libro di versi, questo: non facilissimo, la denuncia è per immagini e non vi sono indici puntati; la denuncia cova nella brutalità dell’esistenza quotidiana, ma se si vuole … la storia potrebbe virare e trovare la luce nel nuovo percorso.

Narda Fattori.

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Maria Zef di Paola Drigo in una nota di Bartolomeo Lo Monaco

“Di sera, la sinistra ceppaia sembrava un’adunata di nani difformi emergenti a mezzo petto dalla terra, immobili, eppure come tormentati da un tragico vento; di giorno, il luogo era squallido, di uno squallore malinconico e deserto, battuto atrocemente in pieno sia dal sole che dalla pioggia…”

da Maria Zef di Paola Drigo in una nota di Bartolomeo Lo Monaco qui

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Articolo successivo

E le storie continuano nel sonno, diventano sogni.
da Agota Kristof. L’analfabeta. Nota di lettura di Narda Fattori

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Dentro l’abisso luccica la storia – continua

Ringrazio l’amico Gianfranco Fabbri per la presentazione alla mia ultima raccolta Dentro l’abisso luccica la storia che si può leggere qui

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Fernanda Ferraresso

Noi accerchiati, noi il centro
 e coloro che stanno equidistanti da quel punto
 la fossa, il precipizio, il punto
 da cui nulla sembra emergere
il punto che tutto assorbe
e in cui noi appuntiamo la nostra mente
 mentre l’anima perimetra le tracce che lasciamo
 qui e là dovunque
***
senza mai vederle

finché

E scorre il tempo, ora,
in fiati che è possibile filare
con cui fare lavoro
una veste da abitare insieme
nella dilatazione di noi stessi
ogni istante
tutti gli istanti.

Fernanda Ferraresso da qui

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sorpresa!

F.Ferraresso- Quando oltre le parole: Dentro l’abisso luccica la storia, poesie di Antonella Pizzo | CARTESENSIBILI

Ringrazio Fernanda per questa bella sorpresa!

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La dimora del tempo sospeso

 

Ringrazio Francesco Marotta per aver gentilmente ospitato testi tratti dalla mia nuova raccolta Dentro l’abisso luccica la storia nel suo blog La dimora del tempo sospeso

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Dentro l’abisso luccica la storia

Dentro l’abisso luccica la storia

con interventi di Stefano Guglielmin e Alessandra Pigliaru

L’arcolaio
ISBN978-88-95928-46-3
Fuori Collana 2011
Antonella Pizzo
Dentro l’abisso luccica la storia

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Pizzicarella degenere o dei quattro

Pizzicarella degenere o dei quattro
sulle dita le frasi disegnate e sulle unghie ghirigori
le lingue hanno leccato e non mollano
la grande benna la fossa scava
i sì da dire siano quattro come quattro in concerto di vivaldi
per violino per cembalo per archi
Agghiacciato tremar tra nevi algenti

in questo tempo di irresoluzione da destra e manca
vocifera la storia che ci ingloba e ci divora
i sì da dire siano quattro come le stagioni
che vita sono e come tastano il tempo le domande
come l’amianto uccide e la peronospora assale di sera il mendicante d’aria
che pone la speranza il giorno dopo e in pubbliche sozzure non scialacqua

il martelletto perfora e vi delira il mare
confondono i moti le maree, non sanno se risalire oppure scendere
così nell’incertezza si tagliano una crosta e la divorano.
Dove il giusto stava edificando  e nei sobborghi
sdrucciola il piede e il mondo casca così come la terra
in girotondo perso il senso il desolato tace, ma nelle faglie l’eremita supplica
che i sì da dire siano quattro (nascita crescita morte risurrezione)

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qui invece una festa di compleanno

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haiku di Sandra Palombo sulla primavera qui

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Giovanni Giudici – cambia ditta

Cambia ditta

Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è più che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!

Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:

Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura

Di quel che è bene e male – ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
«Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…»

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foto di paola pluchino

foto di paola pluchino

l’immagine della nuova testata è un particolare di una foto di paola pluchino

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La rosa come metafora

La rosa come metafora, la rosa e lo sguardo riflessivo e un omaggio “à la manière” de Jorge Manrique, celebre poeta castigliano del XV secolo che ha inventato un genere particolare di “stanza” denominata coplas. qui

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I santi padri di Carmela Cammarata –

La prima frase che mi è venuta in mente leggendo i Santi Padri, romanzo di esordio di Carmela Cammarata (Del Vecchio Editore),  è stata: “un romanzo delizioso”.  Sì, lo è delizioso,  lo è perché nonostante la trama racconti di fatti dolorosi a tratti tragici leggendo il romanzo sin dall’inizio non si può non sorridere di fronte a certi atteggiamenti carichi di feroce ironia della protagonista e naturalmente scritti e descritti dall’autrice dell’opera che del personaggio è madre e creatrice. L’ironia e l’autoironia salva. E’ l’unica arma che si ha a disposizione quando tutto sembra precipitare. Ed è con ironia che la protagonista Nanà ormai adulta si affanna a pulire dalle incrostazioni calcaree il “cesso” di casa sua. Quel “cesso” che è metafora della sua vita. “sovrapponiamo troppo spesso un ideale a chi ci circonda, e non sono le persone a cambiare, ma siamo noi che cominciamo a vedere. Che cominciamo a respirare da soli senza affanno. A non odiare la realtà solo perché è diversa. Solo perché puzza di vero”. Nanà adulta partendo dal quel cesso incrostato racconta la sua vita.

Nanà bambina brava ma pazzarella è cresciuta in un quartiere popolare di Napoli, con un padre quasi assente, una madre presente per quel che può e un nonno ubriacone che la piccola Nanà ogni sera è costretta a recuperare presso la cantina dove va a bere. In quella cantina Nanà prima di raccattare il nonno canta e balla ed è felice. Perché Nanà vuole riscattarsi e vuole farlo cantando come faceva Patty Pravo e vuole avere i diritti civili “i diritti civili erano quelli del mangiare cristiano, quelli di dormire senza alzarsi in continuazione perché al nonno serviva sempre qualcosa Continua a leggere »

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Preghiera del poeta di Antonella Pizzo

Preghiera del poeta: da  collana: i fuoricollana edizioni d’if, 2004
port-folio cm. 12,5×26 – 22 folii

Preghiera del poeta

 

Signore della forza, Signore del coraggio

non vedi, sono stanca, non vedi, sono persa

guidami, ti prego, in questo mio cammino

regalami un bastone, che il mio si è già spezzato. Continua a leggere »

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In memoria di un compagno di lavoro – di Karol Wojtyla

Lo scoppio della guerra cambiò in modo piuttosto radicale l’andamento della mia vita. In verità i professori dell’Università Jaghellonica tentarono di avviare ugualmente il nuovo anno accademico, ma le lezioni durarono soltanto fino al 6 novembre 1939. In quel giorno le autorità tedesche convocarono tutti i professori in un’assemblea che si concluse con la deportazione di quei rispettabili uomini di scienza nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Finiva così nella mia vita il periodo degli studi di Filologia polacca e cominciava la fase dell’occupazione tedesca, durante la quale inizialmente tentai di leggere e di scrivere molto. Proprio a quell’epoca risalgono i miei primi lavori letterari.

(…)

Per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania, nell’autunno del 1940 cominciai a lavorare come operaio in una cava di pietra collegata con la fabbrica chimica Solvay. Si trovava a Zakrzówek, a circa mezz’ora dalla mia casa di Debniki, ed ogni giorno vi andavo a piedi.

(…)

Ero presente quando, durante lo scoppio d’una carica di dinamite, le pietre colpirono un operaio e lo uccisero. Ne rimasi profondamente sconvolto: «Sollevarono il corpo. Sfilarono in silenzio. Da lui ancora emanava fatica ed un senso d’ingiustizia»…
I responsabili della cava, che erano polacchi, cercavano di risparmiare a noi studenti i lavori più pesanti. A me, per esempio, assegnarono il compito di aiutante del cosiddetto brillatore: si chiamava Franciszek Labus. Lo ricordo perché, qualche volta, si rivolgeva a me con parole di questo genere: «Karol, tu dovresti fare il prete. Canterai bene, perché hai una bella voce e starai bene…». Lo diceva con tutta semplicità, esprimendo così una convinzione abbastanza diffusa nella società circa la condizione del sacerdote. Le parole del vecchio operaio mi si sono impresse nella memoria.
Da Dono e Mistero

In memoria di un compagno di lavoro – di Karol Wojtyla

1

Non era solo. I suoi muscoli si diramavano in una folla immensa
finché alzavano il martello, finché vibravano di energia
ma questo durò solo finché egli sentì il terreno sotto ai piedi
finché una pietra non gli squarciò la tempia
e gli entrò nelle stanze del cuore.

Le mie mani appartengono forse alla luce, il cui fulgore interseca
i binari, i picconi, la recinzione in alto?
Le mie mani appartengono al cuore e il cuore non impreca
(tieni lontano il cuore dalle labbra, se labbra di imprecazioni si macchiano).

Io vi conosco, o uomini splendidi, senza formalità né maniere.
So guardare nel cuore degli uomini senza veli e illusioni.
Al lavoro le mani di alcuni, alla croce le mani di altri appartengono.
La recinzione in alto – è là, sui binari, gli sparsi picconi.

Nelle pietre ci sono dei vuoti – ed è meglio non trovarli!
Come in una conca piombano i blocchi schiantati dalla corrente.
I giovani cercano una strada. E tutte le strade
puntano dritte al mio cuore. Perdonano forse le pietre?

Ascolta se il mondo si fermi nell’equilibrio delle mani
che attraverso ogni esplosione della pietra e dell’uomo
tu ricomponi immutato sopra la recinzione, a una breve distanza:
- là certe volte un fanciullo imprudente passa di corsa.

Ma quell’equilibrio che tu da solo sostieni
Al tempo stesso sembra troppo vicino e remoto.

Bisogna insieme piegarsi, insieme ergersi.
(il fanciullo è imprudente, di là passa spesso di corsa).

Tra cuore, pietra e albero, è di nuovo il silenzio.
Ogni uomo può entrarvi. Se entra, sarà sé stesso.
Se non entra, qualunque sia l’apparenza, agli eventi
della terra egli ancora non partecipa.

2

Sollevarono il corpo. Sfilarono in silenzio.

3

Da lui ancora emanava fatica ed un senso d’ingiustizia.

Avevano bluse grigie, scarpe infangate fin sopra la caviglia.
Ed in quel modo rivelavano
che cosa tra la gente dovrebbe aver fine.

4

Il suo tempo si fermò con violenza. Sui quadranti di bassa tensione
le lancette, liberate di colpo, scesero a zero.

La pietra bianca entrò in lui, corrose la sua essenza
e a sé l’assimilò tanto da farne pietra.
5

Chi alzerà quella lastra?
Chi sdipanerà di nuovo i pensieri in quelle tempie squarciate –
come si squarcia l’intonaco di un muro?
Lo stesero supino su un lenzuolo di ghiaia.
Venne la moglie disfatta. Tornò il bambino da scuola.

6

Tutto qui? La sua rabbia sola dovrà passare negli altri?
Non maturava forse in lui con verità ed amore?
Generazioni future devono forse sfruttarlo come grezza materia,
privandolo della sua essenza più intima ed unica?

7

Le pietre di nuovo si muovono. Il carrello sparisce tra i fiori.
Di nuovo una scarica elettrica incide la cava.
Ma l’uomo ha portato con sé la segreta struttura del mondo
dove l’amore prorompe più alto se più lo impregna la rabbia.

Da Poesie Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1993, traduzione A. Kurczab e M. Guidacci

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Fra cori angelici e risate infernali

Fra cori angelici e risate infernali

di Paola Pluchino

La musica delle origini era monodica e utilizzava uno stile detto melismatico.
*Il coro affonda le sue radici nel passato, e si attribuisce l’invenzione “moderna” di questa pratica musicale agli antichi greci (coro greco)* i quali la utilizzavano nel teatro, durante lo svolgimento delle tragedie, come voce narrante esterna alle scene.
Fin dall’antica Grecia al coro era affidato il compito di eccitare dionisiacamente l’animo degli ascoltatori fino al punto che essi, quando l’eroe tragico compare sulla scena, non vedano già l’uomo grottescamente mascherato, bensì una figura visionaria partorita per così dire dalla loro stessa estasi[1].
Durante il Medioevo l’influsso del pensiero cristiano attribuisce al coro il riflesso terreno dei cori paradisiaci e dal IV secolo la parola coro inizia ad indicare l’atto compiuto dai chierici.
Attorno al 1100 emerse una tecnica detta eterofonia, derivata probabilmente dal canto popolare, in cui allo stile melismatico viene legata una vox principalis che intona la melodia.[2] Di questo periodo anche i tropi simultanei, composizioni multi testuali anticipatrici del mottetto.
È certo che la recitazione di poesie avesse un accompagnamento musicale. Un esempio è offerto dalla raccolta profana dei Carmina Burana, in cui sono conservati i testi dei canti dei chierici vaganti attorno al XII secolo.
Al musicista italiano, Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594), si deve attribuire la riforma del canone stilistico della musica sacra cattolica. Il corpus delle sue opere, 100 messe, 375 mottetti e più di 300 altre composizioni, diventarono, nei secoli a seguire un punto di riferimento per la musica liturgica. Continua a leggere »

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