quando prepara una gran piova o grandine, o folta neve ad inalbare i campi

Tutti per l’alta notte i duci achei
dormìan sul lido in sopor molle avvinti;
ma non l’Atride Agamennón, cui molti
toglieano il dolce sonno aspri pensieri.
Quale il marito di Giunon lampeggia
quando prepara una gran piova o grandine,
o folta neve ad inalbare i campi,
o fracasso di guerra voratrice;
spessi così dal sen d’Agamennóne
rompevano i sospiri, e il cor tremava.

da Iliade Libro X

The artship – La siepe di Borges

Luca Pancrazzi, Figline Valdarno (FI) 1961

“io nel pensier mi fingo”

Il paesaggio è il limite per mezzo del quale l’uomo  decide il suo percorso, moltiplicando le proprie scelte in un tutt’uno che, mettendo il linea l’occhio la mano e la mente, indica di volta in volta la direzione intima e personale del cammino. Procedere non è come eliminare le altre possibilità, ma anzi sommare i percorsi paralleli che già si creano, che influenzano i dialoghi fatti con quelli che verranno. Frutto di contingenze è l’abile ingegno di colui che modifica poco, ma sposta, il filtro dell’arte, permettendo alla linea prospettica di dirsi ancora poetica, tintinnio del tempo che decantando, suggerisce.

qui

VINCENZO CONSOLO E “RETABLO” di Anna M. Bonfiglio

VINCENZO CONSOLO E “RETABLO” di Anna M. Bonfiglio su viadellebelledonne
uando un importante scrittore cessa di vivere, anche se su di lui è calato un velo di silenzio, improvvisamente tutti si ricordano del peso che ha avuto nelle patrie lettere. Di Vincenzo Consolo, come scrittore ma non come intellettuale, non si parlava più da un pezzo. E’ vero, la sua produzione letteraria era rimasta ferma a Nottetempo, casa per casa, opera vincitrice di uno Strega nel 1992; il successo de Il sorriso dell’ignoto marinaio si era spento negli anni ottanta, ma Retablo, vero e proprio capolavoro di linguaggio e di visionarietà, aveva suscitato una nuova vena di emozioni per la sua narrazione dalla struttura complessa e scenografica, come appunto i retablos spagnoli. Ricordo una lettura di brani di questo romanzo allo Spasimo di Palermo, (quando a Palermo era ancora possibile godere di eventi culturali seducenti), teatro di suggestiva atmosfera per il testo ammaliante ed evocativo di Consolo. L’evento fu tale che per l’occasione una nota cantina vinicola siciliana produsse un vino che chiamò proprio Retablo. leggi il seguito qui

Pesce Khete, da dove deriva questo nome?

Pesce Khete, da dove deriva questo nome?

E’ il mio vero nome!

Potrebbe sembrarti una domanda banale, ma perché dipingi?

Perché a volte ho la sensazione di sapere dove mettere le mani.

Su Flash Art dicembre/gennaio dici di essere un autodidatta, qual è quindi il monito che ti ha spinto verso la pittura?

Il mio avvicinamento alla pittura è stato quantomai naturale. Semplicemente un giorno di qualche anno fa mi resi conto che in libreria ero più attratto dagli Art Dossier piuttosto che dal manuale di Biologia. Non sono una persona portata alla pura teorizzazione. Approfondisco ciò che mi piace, e poi cerco di rifarlo. Mi piacciono di più le cose che riesco a rifare. Anche la Biologia è una mia grande passione, ma non ho nessuna predisposizione con la matematica. Con la pittura ho avuto molti meno problemi che con la Statistica.
intervista a Pesce Khete

16 gennaio

E poi l’amore nelle sale polverose
Il trillo il fungo lo sai che sono qui
Che verso fai che voto mi dai
Sono qui per nulla arrabbiata per nulla
Se folli voli feci se volli andare dove
Se questo e quello l’andazzo
Che fare delle due tre mele matte che in mano mi son rimaste?
Il carro andava e i monatti sopra
Tiravano i morti la carretta
Che l’euro stona e scoppia una baruffa
Che debiti mi fai cosa mi dai?
Tre tozzi di pan secco tre secche acciughe strette
Un lumicino
Noi che fummo i viveurs i lungimiranti
I solipsistici i degeneri i demoscopici
I solinghi e facebookiani
Noi polvere del nulla
Nulla del genere nulla

La danza del tempo elegante

Una punta d’incenso per amare le belle forme, l’odore sublime della rappresentazione, il soave respiro del giorno appena sorto.

La tenera e dolce comprensione che al prossimo permette di risorgere dall’oscura morsa in cui spesso si caccia, complice, la dama armata dell’avere.

In tanti tempi e in molti luoghi ci siamo perduti nel convincimento che le nostre fossero scelte vane, i cui bisogni e i cui risultati non valessero lo sforzo, finendo così per offendere il lavoro che le aveva create.

La strada custodisce il cammino, al cui giaciglio i sogni appendiamo a uno a uno, affinchè chi, giunto dopo di noi, possa profumarsi, con l’aria nuova dei nostri convincimenti antichi.

Il privilegio del vedere è dono e sintesi della nostra anima riconciliata con la natura, essenziale purità di ogni nostro pensare. Nell’arte e pare solo in quella, lo spirito partecipa all’imprevedibile congiunzione tra passato e futuro, aporetica luce che sapienza invoca a piene mani.

Il tempo della nostra riflessione non è già perduto, il tempo della nostra posizione non è ancora passato, il tempo del nostro inizio si compie incessantemente, il tempo del nostro costruire è il nostro tempo. Coraggio e fragilità sono le due parti della stessa propulsione, verità alveari della nostra discendenza di nodi e legamenti.

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Gerontion – T.S. Eliot

 

 

Non sei né giovane né vecchio 
Ma è come se dormissi dopo pranzo 
Sognando di entrambe queste età.

Eccomi, vecchio in un mese arido, 
Mentre un ragazzo mi legge, aspettando la pioggia. 
Non fui alle gole infuocate 
Né combattei nella calda pioggia
Né col ginocchio affondato dentro paludi salmastre 
Combattei, agitando una daga, e morso dalle mosche. 
La mia casa è una casa in rovina, 
E l’ebreo si rannicchia al davanzale, il padrone, 
Generato in qualche taverna d’Anversa, 
A Bruxelles pieno di vesciche, a Londra cencioso e spiantato. 
La capra a notte tossisce nel campo che sta dietro; 
Rocce, muschio, gramigna, ferrivecchi, merde. 
La donna tiene la cucina, fa il tè, 
Di sera sternuta, rovistando nello scolo che sgocciola. 
Io un vecchio, 
Una testa intronata fra spazi ventosi. 

I segni sono presi per miracoli. « Vogliamo vedere un segno! » 
La parola in una parola, incapace di dire una parola, 
Fasciata di tenebra. Nell’adolescenza dell’anno 
Venne Cristo la tigre 
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda 
In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto 
Fra i bisbigli; da Mr. Silvero 
Con mani carezzevoli, che a Limoges
Camminò tutta la notte nella stanza accanto; 

Da Hakagawa, che si inchinava fra i Tiziano; 
Da Madame de Tornquist, che nella stanza buia 
Spostava le candele, da Fräulein von Kulp 
Che nel salone si volse, una mano alla porta. Spole vuote 
Tessono il vento. Io non ho spettri, 
Un vecchio in una casa con correnti d’aria 
Sotto un gomitolo di vento. 

Dopo una tale conoscenza, cos’è mai il perdono? Ora penso 
Che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi 
E varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni, 
E che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia 
Quando la nostra attenzione è distratta, 
E che quanto ci dà lo dia con turbamenti 
Così lusinghieri che il dato affama ciò che si desidera. E ci dà 
Troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora 
Ci crediamo, soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate. 
E troppo presto dà in deboli mani, ciò che è pensato può essere 
Dispensato, finché il rifiuto propaga la paura. Penso 
Che né paura né coraggio ci salvino. I vizi innaturali
Hanno per padre il nostro eroismo. Le virtù 
Ci sono imposte dai nostri impudenti delitti. 
Queste lacrime sono scosse dall’albero che arreca la collera. 

La tigre balza nell’anno nuovo. Ci divora. Infine, 
Penso che non giungemmo a conclusione, quando m’irrigidii 
In una casa d’affitto. Infine, 
Penso d’averlo detto per un preciso scopo, e non perché costretto 

Dalle blandizie dei demoni che guardano al passato. 
Su questo, onestamente ti vorrei rispondere. 
Io che ero presso al tuo cuore ne fui scacciato 
Perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nella ricerca. 
Ho perduto la mia passione: perché dovrei conservarla 
Se ciò che si conserva si contamina? 
Ho perduto la vista e l’odorato, l’udito, il gusto e il tatto: 
Come li potrò usare per esserti più accanto? 

Questi, con mille futili decisioni 
Prolungano il profitto del loro gelido delirio, 
Eccitano la membrana, quando il senso si è raffreddato, 
Con salse pungenti, moltiplicano la varietà 
In una desolazione di specchi. Cosa farà il ragno? 
Sospenderà le sue mosse, o indugerà 
Il tonchio? da Bailhache, Fresca, Mrs. Cammel, roteavano 
Oltre l’orbita dell’Orsa tremolante 
In atomi infranti. Gabbiano controvento, negli stretti ventosi 
Di Belle Isle, o rapido sull’Horn, 
Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo, 
E un vecchio sospinto dagli Alísei In un angolo di sonno. 

Padroni della casa, 
I pensieri di un arido cervello in un’arida stagione.

L’albero del futuro n. 8

n. 8

[mio fiume d’azzurro cielo]

come cade il fiume dal rilievo e come si forma

il torrente e la cascata e quanto è lungo il viaggio

e quanta l’acqua

che si riversa dalla scarpata in mille punti

grandi estensione di erba vergine

di ossido di ferro e tinta rossa

impetuoso arriva al salto e falce d’acqua in grande volo

in livello in grande gola

al ciglio e con gli spruzzi nebbia che ci avvolge

indossa il luogo dove nascono le nubi

mio fiume d’azzurro cielo e rosso terra e bianca schiuma.

da Dentro l’abisso luccica la storia, L’arcolaio

Una casina di cristallo di Aldo Palazzeschi

 

Una casina di cristallo
lo sogno una casina di cristallo
proprio nel mezzo della città,
nel folto dell’abitato.
Una casina semplice, modesta,
piccolina, piccolina,
tre stanzette e la cucina.
Una casina
come un qualunque mortale
può possedere,
che di straordinario non abbia niente,
ma che sia tutta trasparente:
di cristallo.
Si veda bene dai quattro lati la via
e di sopra bene il cielo
e che sia tutta mia.

IVANA TANZI, FINO ALL’ULTIMO COMMA di Lucetta Frisa

Amo moltissimo la musica e il caso, a cui spesso mi affido e confido e che ancora non mi ha tradito, mi ha fatto incontrare un libro di versi tutto a lei dedicato. Non sono stati molti, credo, i poeti che hanno pensato la musica come tema dominante di una loro raccolta. Ivana Tanzi,invece, sì. L’esperienza personale di corista, tanto significativa nella sua biografia, viene tradotta in brevissimi versi, quasi appunti, che si snodano in una sorta di diario. ”È infatti la storia di un percorso che non va compiuto in solitudine, ma nella ricerca di una reciproca consonanza – scrive Elena Signorini nella prefazione  leggi il seguito

L’amo

 

Acclamato cortometraggio presentato al Festival Mediarc di Firenze, con un’edizione centrata sul tema “Abitare il Mediterraneo”, Mari Bruciatu è il lavoro del regista Antonio Carnemolla. Distintosi per la posa malinconica della sua fotografia, sembra essere il carnet del più complesso Miracolo a Le Havre. L’immediato montaggio opera con i consueti cardini della dolcezza, del ricordo naïf di tradizioni che stanno scomparendo. La camera a spalla del Carnemolla estende scorci di un antico borgo mostrando, come vedetta sapiente, una poeticità drammaticamente in disarmo, che rassegnata cede il passo al mortifero e spesso ingannevole gioco della contemporaneità. Intervistato, si racconta così.

leggi il seguito dell’intervista su The ArtShip

nuova iniziativa su vdbd: L’albero del futuro

Il Natale del 2011 non sarà un Natale qualunque per gli italiani e per l’Europa tutta, pare che sotto l’albero di quest’anno non ci saranno per gli europei “ricchi premi e cotillon” ma sacrifici e privazioni. Stando alle previsioni pare che anche il Natale del 2012 non sarà molto allegro, per chi ci crede, pare che su di noi incomba la fine del mondo; I beninformati sanno anche la data precisa: 21 dicembre. il resto qui

dal libro NODI DEL CUORE

dal libro NODI DEL CUORE

di LUCETTA FRISA e MARCO ERCOLANI

Greenwich, 12 dicembre 1637

Cara signora figlia,

ho avuto assegnata da Sua Maestà Carlo I una commissione assai pregevole: dipingere un’Allegoria della Pace e delle Arti per la Queen’s House – nove tele di cui vi accludo, nella lettera, lo schizzo sommario.
Come avrete modo di constatare, è un lavoro monumentale: gli affreschi dovranno essere contenuti nell’intero soffitto della Great Hall. Architetti e artigiani hanno già provveduto agli intagli. Non mi resta che iniziare il lavoro.

repetita iuvant – BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011),

Le Voci della Luna sono liete di presentare

BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011), a cura di Sergio Rotino, Collana Segni, volume n. 7, pp. 272, euro 15,00

Il libro raccoglie 6 anni di lavoro in rete, ordinato come segue:

Soglia

Spazio pubblico p. 9
I “segreti” perché del libro di “Blanc” p. 10
In principio p. 11

Poesia & Blog
Canone e autorevolezza della rete p. 15
Meetings p. 20
Vita di un blog p. 22
Vimercate, poesia a caldo p. 24
I commenti nei poeblog e loro destino p. 26
La natura della rete: tra pesciolini di plastica e ossi di seppia p. 28 Leggi l’articolo completo

“Dedalus” Quaderni di narrativa

“Dedalus” Quaderni di narrativa – puntoacapoEditrice

Direzione: Ivano Mugnaini

n. 1 (Novembre 2011)

Giorgina Busca Gernetti, Corrado Calabrò, Maria Gisella Catuogno, Biagio Cepollaro, Andrea Carlo Cappi, Mariella De Santis, Marco Ercolani, Anna Maria Farabbi, Laura Leoni, Mario Massimo, Emidio Montini, Valeria Serofilli, Valerio Varesi, Grazia Verasani, Domenico Vuoto. leggi il seguito qui

Il libro di Blanc de ta nuque

Il libro di Blanc de ta nuque

 

copertina di Nicoletta Ceccoli

Le Voci della Luna sono liete di presentare

BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011), a cura di Sergio Rotino, Collana Segni, volume n. 7, pp. 272, euro 15,00
Il libro raccoglie 6 anni di lavoro in rete  leggi il seguito qui

Aion/Illuminazioni

Venezia – Sono gli ultimi giorni della 54° Biennale d’Arte, quest’anno votata al tema dell’illuminazione. Illuminazione, come la bella nozione dei principi ispiratori che dovrebbero governare uno Stato, come il Nume tutelare dell’immaginazione, propria dei classici greci e latini, Luce come percezione della sua assenza.

Dialettica dei contrari che ha generato una Biennale composta, elegante anche se a tratti borghese; alla soglia del finissage, arriva il momento di tirar le fila per questa novella Penelope (Bice Curiger) cui può esser conferito il merito di aver evitato di divedere “alla facilona” i buoni dai cattivi, i vincitori dai perdenti, i sacri dai profani. La sua è stata una Biennale ermeneutica, linea per la costruzione di un pensiero in divenire, spirituale architettura per immagini.

Se il tema dell’erotismo pare esser stato il condotto più prolifico per gli artisti, nota di merito va anche al blow up di Christian Boltanski, che ha concesso la Chance d’esser proiettati all’interno del meccanismo filmico, letteralmente. Il Padiglione Italia, menato col remo dell’ordine, è anch’esso in macro sull’indice generatore dell’arte: Umberto Veronesi, Ennio Morricone, Antonio Marras, sono solo alcuni dei sapienti in filigrana presentati, non assolvibili anche se ignari complici di fronte alla Casbah risultante.

Vittorio Sgarbi compare come lucido orchestratore della manipolazione retorica per propri fini condannabile perché inopportuno e fuori luogo.

Così a celebrare quel fiore d’Italia che è l’amor per l’Arte ecco che l’ispirazione a Cupola opprime l’ascendere della Bellezza, ponendosi come porta sul retro di un’anti celebrazione italiana: 151 anni di celebrazione mafiosa. Mortificante e abominevole macchinazione, il curatore meriterebbe una piccola edicola, dentro quel padiglione Egomaniaco che è la Germania.

Tra calli e gitane, candele e neon, questa Biennale apre all’ipotesi tale per cui tutto può esser tema d’ispirazione, tutto può essere considerato e vertice e base e mezzo per dirsi, pur rischiando un fraintendimento di presupposti, percezioni e rigori.

In mezzo a questa Rapsodia, l’arte rifugia il tempo nel peripatetico giardino greco, spazio meditativo per riflessioni e illuminazioni autentiche.

Paola Pluchino (the ArtShip)

Sono Claudio Damiani e Francesco Baldassi i vincitori assoluti della sesta edizione del premio internazionale di poesia “Borgo d’Alberona”: il primo ha conquistato il gradino più alto del podio per le opere edite presentando “Sognando Li Po” (Marietti Editore), il secondo, invece, è stato giudicato come il migliore autore per la sezione “inediti”. Nella categoria riservata alle liriche già date alle stampe, completano il podio Daniela Raimondi con “Diario della luce” e Marcello Ariano con “Alla clessidra c’è rimedio”. Nella stessa categoria, segnalazioni di merito per Giuseppina Di Leo, Nicola Bultrini, Antonella Pizzo, Francesco Scaramozzino, Michele Russo e Pio D’Errico. Nella categoria delle poesie inedite, invece, il secondo e terzo posto sono appannaggio rispettivamente di Maria Teresa Savino e Michele Vigilante, con segnalazioni di merito per Maria Antonietta Cocco, Biagio De Maso, Vincenzo Fantetti, Carlo Monteleone e Pina Petracca. La cerimonia di premiazione si terrà sabato 10 settembre. Il luogo e l’orario della manifestazione saranno comunicati entro pochi giorni. Intanto Alberona si prepara ad accogliere i poeti che hanno partecipato al concorso da ogni parte d’Italia. Compresa quest’ultima edizione, sono stati oltre 800, complessivamente, i poeti provenienti da 20 diverse nazioni che hanno partecipato al concorso. In questi anni il premio è stato assegnato a poeti e poetesse di livello internazionale come Maria Luisa Spaziani, Remo Fasani, Claudio Angelini e Dino Carlesi. Alla cerimonia saranno presenti, tra gli altri, il presidente della commissione giudicatrice, Francesco D’Episcopo (Università di Napoli), Piergiorgio Battistelli (Università di Bologna) e Michele Urrasio, poeta insignito del prestigioso Premio Antonio Fogazzaro. Il Premio è stato istituito per valorizzare la vocazione poetica e letteraria di Alberona. A Giacomo Strizzi, poeta alberonese, Pier Paolo Pasolini dedicò parole di profonda ammirazione: “Il suo è un temperamento lirico di alto valore: la sua produzione è piena di genialità e inventiva”. Giacomo Strizzi, insegnante elementare scomparso nel 1961, ha rappresentato l’espressione più alta della tradizione letteraria di Alberona. Ma la vocazione poetica di questo piccolo paese della Capitanata ha avuto anche un altro grande interprete. Si tratta di Vincenzo D’Alterio che, dalla sua casa che affacciava sul corso principale del paese, muoveva lo sguardo verso viuzze e colline nutrendo la propria ispirazione. La tradizione lirica di Alberona, alla quale Camillo Civetta e la Società di Storia Patria hanno dedicato un’antologia, non è una leggenda né una virtù legata a pochi alberonesi illustri, ma un dato culturale talmente legato alle radici del paese da aver dato vita, nel ‘900, a una pubblicazione specifica: la Gazzetta letteraria alberonese. Una tradizione oggi onorata da Michele Urrasio, scrittore-poeta e intellettuale cui la Società di Storia Patria per la Puglia ha recentemente dedicato una pubblicazione: “La Puglia nella poesia di Michele Urrasio”, libro di Francesco D’Episcopo, docente dell’Università Federico II di Napoli.

Antonella Pizzo, Dentro l’abisso luccica la storia, L’arcolaio 2011-

Antonella Pizzo, Dentro l’abisso luccica la storia, L’arcolaio 2011-

Antonella Pizzo ci offre un’opera che muove da una visione tragica e frammentata della realtà e delle esperienze, di scorci d’abisso , di rimasugli di una storia vorace, di scorie che pungono e dolgono per giungere ad una pacificazione che la /ci abita e che ha la consistenza della pietra fra i tanti miraggi e trasuda di una luce che spegne il buio, dentro la storia, all’interno degli abissi e dei crepacci.

E’ un libro diviso in brevi poemetti i cui titoli indicano la pista che ha percorso la poetessa per giungere ad una pacificazione universale che ha  la leggerezza e la certezza che solo la fede può dare e Antonella potrà dire: “verrà un giorno che non sarà un giorno / sarà qualcosa che non è qualcosa/  indefinibile ma lo riconosceremo/  perché avremmo occhi nuovi/  e nuove rose ci fioriranno in mano” Tuttavia per giungere a queste rose , al diverso modo di riconoscerci , attraverseremo “Agonie” dove la morte dell’umano è in costante agguato e non traluce alcuna speranza:  “ Pioggia e piorrea/ imene e mani/ volano e si disintegrano/ i teli s’alzano, gli alberi s’abbattono/  (……..)  non ci sarò nei versi/ mi sarò persa nelle frasi fatte/ frullata dentro un bit maligno/ un ologramma, un linguaggio morto.” Nelle poesie di questo poemetto il soggetto si smarrisce con l’oggetto, l’io manca di fiato e il noi sopravanza perché la condizione non è personale, è collettiva ( ci dilatiamo per non vedere il greggio/ che ci ha sporcato le suole in nero.) e universale ; ma ci sono versi dove Antonella si sottrae alla malora del noi e siete voi che intarmavate dentro  e prima, come una spettatrice che dalla platea osserva lo spettacolo inscenato dal nostro tempo e io lo vede andare.

Dunque la poetessa è non partecipante, ma ugualmente rea e ugualmente ferita, oggetto e soggetto; quando attraverseremo lo spettacolo avaro e dolente del nostro tempo saremo pigoli caduti dal ramo, passerotti inermi/ aquile rapaci veraci sparvieri insospettati vermi. Manca a questi versi la pietas che vorrebbe disarmare il male; è la sezione “crepacci” dove luccicano tutti gli equivoci, dove il percorso è irto di inganni, di oscurità, di lacci che imprigionano come pesanti catene.

La Pizzo non fa sconti a nessuno: anche i miserabili lo sono ancora di più e tutti avanzano appesantiti da una croce che è un masso sulle spalle che li trascina a terra e spezza il fiato.
Sì , pietà l’è morta, il morto lo si lascia a marcire, fa troppo freddo per prendersi cura di alcunché..

Eppure da questa desolata landa di confine si percepisce la personale fragilità e anche quella di noi tutti e l’insipienza che governa i comportamenti così che si è come facce di pietra scolpite sottacqua, simili, numerose. Eppure … l’ultima sezione , dopo un excursus di impietosi travalicamenti, sussulti ammorbanti, lemmi che hanno perso senso e significato, s’offre alla certezza di un nuovo diverso pacificato modo di esistere.

Nella sezione che dà il titolo al libro, le creature si soccorrono per ri-creare la bellezza, il dono gratuito, per ritrovare la gioia e tutto riluce d’incanto e di meraviglia .

Tale è la separatezza fra i mondi prima poetati e questo che muta il fraseggio, cantante questo, immediatamente comunicativo quanto quelle sezioni precedenti era stato aspro, segmentato, franto.

Qui “ i sogni ricominciano sempre / la bambina ritrova il filo/ la sua mamma, il latte caldo/ il dondolio e le stelle/ l’ape regina e i fiori che fanno miele” ; anche il paesaggio diventa amichevole e soccorrevole oltre che bello e mirabile.

Nel caso della Pizzo questo non è pio desiderio, ma convinzione assunta per fede con forza che nessun misfatto riuscirà a distruggere.

E’ un bel libro di versi, questo: non facilissimo, la denuncia è per immagini e non vi sono indici puntati; la denuncia cova nella brutalità dell’esistenza quotidiana, ma se si vuole … la storia potrebbe virare e trovare la luce nel nuovo percorso.

Narda Fattori.

Maria Zef di Paola Drigo in una nota di Bartolomeo Lo Monaco

“Di sera, la sinistra ceppaia sembrava un’adunata di nani difformi emergenti a mezzo petto dalla terra, immobili, eppure come tormentati da un tragico vento; di giorno, il luogo era squallido, di uno squallore malinconico e deserto, battuto atrocemente in pieno sia dal sole che dalla pioggia…”

da Maria Zef di Paola Drigo in una nota di Bartolomeo Lo Monaco qui

Fernanda Ferraresso

Noi accerchiati, noi il centro
 e coloro che stanno equidistanti da quel punto
 la fossa, il precipizio, il punto
 da cui nulla sembra emergere
il punto che tutto assorbe
e in cui noi appuntiamo la nostra mente
 mentre l’anima perimetra le tracce che lasciamo
 qui e là dovunque
***
senza mai vederle

finché

E scorre il tempo, ora,
in fiati che è possibile filare
con cui fare lavoro
una veste da abitare insieme
nella dilatazione di noi stessi
ogni istante
tutti gli istanti.

Fernanda Ferraresso da qui